Le ragioni del sì e del no intorno al referendum della giustizia del prossimo 22 e 23 marzo, sono state al centro del dibattito promosso dall’Arciconfraternita dei Pellegrini il 21 febbraio. A sostenere le diverse posizioni sono stati Ettore Ferrara, già presidente del Tribunale di Napoli e il professore Giovanni Bachelet per il no , Luigi Salvato, già procuratore generale della Corte di Cassazione e il penalista Vincenzo Maiello per il sì. Ha introdotto Il primicerio dell’Arciconfraternita, Giovanni Cacace e coordinato il vice caporedattore del Corriere del Mezzogiorno, Roberto Russo. A confronto dunque il fronte del no che ritiene la riforma proposta una forte espressione della volontà del Governo di limitare la libertà dei giudici e del Consiglio superiore della Magistratura, dall’altro il sì per il quale la riforma è necessaria per garantire una maggiore trasparenza soprattutto attraverso la separazione delle carriere.
Per Ettore Ferrara “I’appartenenza a un unico corpo di giudici e pm non è la causa di eventuali situazioni di criticità che si manifestano nell’amministrazione della giustizia”. A sostegno di questa tesi l’ex presidente del Tribunale ha citato i casi Welby ed Englaro dove ci sono stati pronunciamenti diversi da parte di pm e giudici. “Il punto centrale – ha aggiunto- è l’interpretazione della legge. Non mi interessa tanto la problematica della separazione delle carriere perché la separazione delle carriere oramai già c’è nel nostro ordinamento. Quello che mi preoccupa è l’attacco che questa riforma fa al Consiglio Superiore della Magistratura nel momento in cui non solo ne distribuisce le competenze dei tre distinti organi, ma lo fa sottraendo al Consiglio Superiore della Magistratura la funzione disciplinare”. Sottrarre il potere disciplinare al Consiglio Superiore della Magistratura significa creare una forma di condizionamento nel giudice che non lo vede più sereno e tranquillo di fronte alla legge. Lo vede naturalmente esposto al rischio di condizionamenti dei poteri forti. “È per questo che noi diciamo no a una riforma che è contro la Costituzione”, ha concluso Ferrara.
Sul fronte opposto Salvato che proprio in merito alle preoccupazioni espresse da Ferrara ha replicato: “La riforma non tocca nulla dei poteri del giudice, nulla dell’autonomia e indipendenza, nulla dei poteri di interpretazione. La separazione delle carriere secondo noi garantisce l’imparzialità del giudice, e la terzietà il che vuol dire che giudice e pubblico ministero strutturalmente non possono più fare parte dello stesso ordine e compartecipare alla gestione delle carriere nel momento in cui sono separati per funzioni. Quindi oserei dire che la separazione della Costituzione è ineluttabile conseguenza logica della stessa riforma Cartabia”. Sulla questione dei sorteggi, Salvato ha precisato: “Il Consiglio Superiore della magistratura è stato sicuramente un organo che ha contribuito a garantire lo stato di diritto e il sacrificio di persone come il professor Vittorio Bachelet non può che ricordarci che tutti noi italiani siamo tributari del Consiglio Superiore della magistratura. Detto questo però ci sono stati dei problemi strutturali soprattutto in merito alle lotte tra diverse correnti, il sorteggio potrebbe risolvere questo problema”.
Per controbattere tali argomentazioni Bachelet ha offerto un excursus storico dell’ordine giudiziario in Italia dal 1890 ad oggi ricordando che l’assemblea costituente volle il Consiglio superiore della magistratura per garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura dall’ingerenza di ogni futuro ministro della giustizia. “Il che vuol dire – ha spiegato- che l’autonomia e l’indipendenza, che ricordava il Presidente Salvato, sono ancora proclamati nell’articolo 104. Ci sono state due riforme, una pronunciata da Castelli e continuata da Mastella, è uno di quelli che ho avuto l’onore di arruolare nel mio comitato per il No, e poi una fatta dalla Cartabia che è la più recente. Ebbene, qual è la cosa interessante? Che neanche queste riforme hanno previsto una completa separazione. Ma la cosa più interessante è che ben due sentenze della Corte Costituzionale, una del 2000 e una del 2022, confermano e ribadiscono che la separazione delle carriere è pienamente compatibile con la Costituzione e quindi non richiede una riforma costituzionale”.
“Noi ci inchineremo al responso del popolo sovrano – ha concluso Maiello – ma lo faremo con maggiore gioia se staremo a posto con la nostra coscienza nell’aver fornito al popolo sovrano gli strumenti per indirizzare con cognita causa la loro decisione. Le scelte di ordinamento giudiziario in favore della carriera unica o in favore della carriera separata sono condizionate dal modello di processo che un certo ordinamento, soprattutto costituzionale, decide di adottare. La separazione delle carriere è necessaria perché ce lo dice l’articolo 111 della Costituzione, perché la terzietà non è un sinonimo di imparzialità, la terzietà è un presupposto ordinamentale della imparzialità. Noi siamo per la separazione delle carriere perché amiamo la giurisdizione come il luogo per antonomasia in cui si esercita la funzione di garanzia e di tutela effettiva dei diritti”.