Il teatro Bellini vi propone un patto folle: due ore di sequestro di persona al buio, senza tasto “skip”, senza notifiche, a guardare corpi veri che sudano, urlano e falliscono davanti ai vostri occhi. Ma non aspettatevi la solita messinscena rassicurante della domenica pomeriggio. Il cartellone della stagione 2026-2027 è una sequenza ravvicinata di pugni nello stomaco, tanto che le istruzioni ufficiali fornite dal teatro includono una clausola semiseria sul sequestro preventivo degli smartphone, avvertendo che se il telefono suona mentre un attore sta morendo in scena, l’attore potrebbe risorgere e lo spettacolo non finirebbe mai.
Il sipario si alza a fine settembre con Filippo Timi che prende il capolavoro di Shakespeare, lo trita e lo sputa dentro la gabbia di un circo con il suo Amleto². Il suo è un Amleto deliberatamente svogliato, infastidito dai drammi familiari, che si rifiuta di amare Ofelia e di morire come da copione, dando vita a una commedia furibonda sulla pazzia guidata dalle allucinazioni di Marina Rocco ed Elena Lietti.
Al Piccolo Bellini si parte con la retrospettiva Tre riti sull’amore firmata da Vuccirìa Teatro. Qui, la lingua non serve a decorare, ma a ferire i corpi e a invocare una resistenza in cui la Sicilia funge da culla drammaturgica, come accade nello spettacolo Immacolata Concezione, dove una ragazza viene barattata dal padre con una capra gravida e scaricata nel bordello del paese del 1940. È la stessa compagnia a dichiarare apertamente la propria necessità espressiva, spiegando che per loro il rito è un dispositivo collettivo che convoca una comunità, costruisce simboli, innesca stigma o salvezza, rivela un sacrificio e chiede un attraversamento; in queste opere il corpo è lo strumento assoluto, una presenza erotica continua e necessaria che si fa spazio del sacrificio, ovvero il luogo in cui la verità accade e si espone.
L’autunno prosegue rompendo la quarta parete grazie al cantautore Pacifico, che ci porta dentro la casa di una delle icone più anarchiche della musica italiana con Diario sentimentale di una donna libera, il ritratto senza sconti di un’Ornella Vanoni che si confessa “tatuata di solitudine”. Poco dopo, Neri Marcorè e il regista Giorgio Gallione uniscono le forze per un atto di igiene mentale intitolato Gaber. Mi fa male il mondo. Gallione ci tiene a sottolineare la necessità etica di ritornare al Teatro Canzone del Signor G, descrivendolo come un’incessante, laboriosa e impietosa ricerca di senso e di verità, mai autoassolutoria, che fosse guida e sostegno ai comportamenti umani e civili del vivere contemporaneo; per questo il loro spettacolo si ispira a tutto ciò, riprendendo i materiali originali in una forma musicale per quattro pianoforti, quasi cameristica, rinnovata, compatta e dichiaratamente fuori dal tempo.
Novembre diventa un mese claustrofobico, internazionale e carnale, aprendosi all’insegna della grande danza con la celebre compagnia spagnola La Veronal che presenta La Mort i la Primavera, un incubo ipnotico basato sul romanzo di Mercè Rodoreda. Subito dopo si torna negli spazi ristretti del Piccolo con la regia di Leo Muscato, che ci chiude dentro un seminterrato umido nella Svizzera del 1973 per il dramma Emigranti, dove Claudio Casadio e Valerio Santoro interpretano due disperati nostrani che si fanno a pezzi a parole mentre fuori esplodono i botti di Capodanno. Ma il vero cortocircuito pop arriva con l’attesissimo Spettacolo Teatrale, che vede il debutto sul palcoscenico di Maccio Capatonda nei panni di sé stesso, scritturato da un direttore disperato per salvare la sala dalla demolizione. Il regista Daniele Russo racconta l’entusiasmo dietro questa sfida, confessando che sin dai primi video ha sempre pensato che il teatro e Maccio Capatonda fossero destinati a incontrarsi, poiché la sua comicità surreale appartiene a una tradizione che sul palcoscenico ha radici profonde, da Ionesco a Campanile fino ai Monty Python, trasformando questo debutto in un’opera che, dietro la sua comicità travolgente, parla proprio del coraggio di esporsi, di sbagliare e di cercare una verità dentro la finzione.
Prima di Natale, la Carrozzeria Orfeo scende in campo con Misurare il salto delle rane, una dark comedy caustica ambientata in un villaggio rurale in cui tre generazioni di donne fanno i conti con i propri traumi. È il drammaturgo Gabriele Di Luca a svelare la chiave di lettura profonda del testo, dichiarando che il salto della rana rappresenta un movimento di trasformazione, l’abbandono di uno stato precedente per approdare a uno nuovo, ma che misurare questi salti è un’impresa impossibile poiché non si possono quantificare il coraggio, la disperazione o la speranza, né si può calcolare la distanza emotiva segnata da un trauma; in un contesto sociale che ha normalizzato la violenza di genere, quel salto diventa così un vero e proprio atto politico, la scelta consapevole di non restare immobili e di non accettare passivamente il ruolo imposto. Subito dopo, l’anno si chiude con la poesia visionaria di Antonio Latella che dirige Sonia Bergamasco in Oscar. Il regista esorta a dimenticare il cartone animato della nostra infanzia, rivelando che lady Oscar scritta da Linda Dalisi ha visto troppo, ha abbandonato la propria casa e tutto quello in cui credeva per vedere il suo popolo andare a pezzi, e questo sguardo non le permetterà più di essere la guerriera cresciuta come uomo dal padre; una volta che Oscar vede, si spezza, perde la sua identità e diventa un essere incompiuto ed è esattamente questa splendida incompiutezza a commuovere la scena.
Se riuscite a sopravvivere a questa prima ondata, la stagione continua a demolire certezze nei mesi successivi con una cavalcata implacabile. Si passerà per la solitudine kitsch nei vicoli di Napoli con Le cinque rose di Jennifer di Annibale Ruccello, uno spettacolo che il regista Gabriele Russo dichiara di voler affrontare attenendosi alle rigide regole e alle precise indicazioni dell’autore, poiché non si tratta di un testo su cui sovrascrivere ma in cui scavare per tirare fuori suggestioni e dubbi, raccontando oggi con forza la condizione dell’emarginato, di chi si deve nascondere e il rovescio della medaglia della speranza. Il viaggio proseguirà poi con il duello fantastico tra Luca Zingaretti e Kublai Khan in Marco Polo e le città invisibili, con Fabrizio Gifuni che dà voce ai fantasmi d’Italia attraverso il memoriale di Aldo Moro, e con le urla anarchiche di Antonio Rezza. E se la cenere della guerra incendierà i legami di sangue nel violentissimo Incendi di Wajdi Mouawad, l’apocalisse formato famiglia si consumerà nel claustrofobico Finale di partita di Samuel Beckett, prima di lasciare spazio alla fantascienza ironica di Luca Marinelli ne La cosmicomica vita di Q, alla spietata anatomia del potere tracciata da Stefano Massini sull’ascesa russa di Vladimir Putin, e all’esperimento bilingue tra Tokyo e Londra di La scimmia Shinagawa da Murakami Haruki.
L’ultimo atto, a maggio inoltrato, spetterà a The Whale di Samuel D. Hunter, con la regia di Marco Lorenzi. Qui Daniele Russo si chiuderà dentro la prigione di carne di Charlie, un uomo obeso isolato dal mondo che insegna scrittura online, regalandoci l’ultimo, disperato e commovente inno della stagione sul bisogno viscerale di essere amati prima che si spengano definitivamente le luci in sala. Spegnete i telefoni o restate a casa, perché al Bellini non si scherza.