Sabato 7 e domenica 8 febbraio il Nest Napoli Est Teatro ospita Totò e Vicè, uno dei testi più emblematici di Franco Scaldati, autore e regista palermitano che ha segnato in modo profondo il teatro italiano del secondo Novecento. Un’opera essenziale e radicale, costruita intorno a due figure e al loro stare insieme, che continua a interrogare il presente con una forza intatta.
In scena Rosario Palazzolo e Anton Giulio Pandolfo, affiancati da Egle Mazzamuto e Sabrina Petyx, danno corpo a una drammaturgia fatta di dialoghi asciutti, improvvise aperture comiche e momenti di sospensione riflessiva. Il testo di Scaldati non racconta una storia nel senso tradizionale del termine, ma mette in moto una relazione: due presenze marginali, sospese ai bordi della realtà, che esistono solo nel continuo rimando reciproco.
Lo spettacolo è il risultato di un lungo percorso di lavoro iniziato nel 2019, nato come studio approfondito del testo e sviluppatosi progressivamente fino a una forma compiuta sul piano registico e produttivo. Il progetto, ideato e sostenuto da Anton Giulio Pandolfo, è stato presentato attraverso l’associazione Energie alter-native diretta da Dario Ferrante, all’interno di una procedura di candidatura anonima. Dopo la valutazione, il progetto si è collocato al primo posto in graduatoria, aprendo la strada all’allestimento affidato a un gruppo di lavoro capace di confrontarsi con la complessità e la riconoscibilità della scrittura scaldatiana.
Totò e Vicè mette al centro una relazione che si costruisce nel tempo dell’attesa, del parlare senza arrivare a conclusioni definitive, del sostegno reciproco come unica possibilità di resistenza. La scrittura di Scaldati procede per frammenti, ritorni, silenzi, e tiene insieme leggerezza e durezza, ironia e vertigine. È proprio questa oscillazione a rendere il testo ancora attuale: nei suoi personaggi si riflettono fragilità, solitudini e dipendenze che attraversano il nostro presente.
La regia di Giuseppe Cutino sceglie di non addomesticare il materiale, ma di esporlo nella sua densità. Il teatro diventa così uno spazio in cui non si offrono spiegazioni, ma si attraversano domande: quelle sulla morte, sulla spiritualità, sulla perdita di umanità che caratterizza il nostro tempo. Nelle note di regia, Cutino richiama un contesto segnato da individualismo, competizione e isolamento, in cui i personaggi di Scaldati affermano la propria esistenza solo attraverso l’altro, in un continuo gioco di specchi tra identità che si sovrappongono e si contraddicono.
La messinscena si concentra su questa tensione: il dialogo come necessità, l’incontro come unico atto possibile, la relazione come spazio fragile ma imprescindibile. Totò e Vicè diventa così non solo un omaggio a uno dei grandi autori del teatro italiano, ma un dispositivo vivo, capace di parlare al presente senza mediazioni.