Con Tanta ancora vita (Einaudi – settembre 2025 – 336 pp) Viola Ardone torna in libreria e non delude nemmeno questa volta. Anzi, conferma l’intensità, la lucidità e il talento che la rendono una delle voci più interessanti della narrativa contemporanea italiana.
La sua scrittura resta fedele al proprio segno distintivo: raccontare la storia – con la “s” maiuscola – attraverso le storie degli uomini e delle donne che la abitano, la subiscono e a volte tentano di cambiarla.
Dopo aver raccontato l’affido temporaneo nel dopoguerra ne Il treno dei bambini, l’abolizione della legge sul matrimonio riparatore in Oliva Denaro, e la rivoluzione della legge Basaglia nella Grande Meraviglia, Ardone affronta oggi un altro frammento di storia dell’umanità: la guerra in Ucraina. Ma non lo fa con i toni della cronaca o con la distanza del reportage: lo fa come ci ha abituato, incarnando la storia dentro i corpi, le budella, le ferite e gli sguardi dei suoi personaggi.
Il romanzo intreccia tre voci, tre vite apparentemente lontane ma destinate a incontrarsi, a mischiarsi, a contaminarsi.
Irina, badante ucraina a Napoli, che ha letto Dante e parla un italiano sospeso nel tempo, simile a quello dei poeti medievali. Kostya, suo nipote di dieci anni, che si mette in viaggio da solo dall’Ucraina appena invasa per raggiungere la nonna, mentre il padre combatte al fronte. E Vita, professoressa borghese che, dopo la morte del figlio, affonda in una depressione che la allontana da se stessa e dal mondo.
È una storia di sopravvissuti, di macerie visibili e invisibili, di solitudini che si toccano. La guerra devastante che irrompe dall’Ucraina si riflette nella guerra interiore di chi lotta ogni giorno contro lutti, fallimenti, traumi. Così si incrociano carri armati e palazzi sventrati con incidenti stradali e matrimoni finiti, la povertà dignitosa con il sesso svuotato, gli antidepressivi con i silenzi. Ma anche le carezze notturne, le relazioni che salvano, la cooperazione sociale, la tenerezza che resiste: tra morte che restituisce vita, tra parole che fluiscono a metà in italiano e a metà in ucraino, tra bugie inconfessabili e verità devastanti.
La forza di Ardone sta proprio qui: nella capacità di mischiare distruzione e speranza, silenzio e rumore, vita e morte, figli e madri, senza retorica e senza virtuosismi superflui. La sua prosa è intima, autentica, attraversata da un’urgenza che non consola ma apre le ferite e ci getta sopra il sale. È un libro potente che porta il lettore tra le rovine della guerra, del lutto, della depressione, della fame. Eppure, pagina dopo pagina, si scopre che dalle ferite può germogliare una nuova possibilità. Si chiude il romanzo e si capisce che sì, al dolore si sopravvive – a volte con una fatica insopportabile – ma che salvare gli altri è spesso l’unico modo per salvare se stessi.
Una staffetta emotiva a tre voci che regala un viaggio incredibile, un on the road tra le strade dell’anima e quelle di un’ Ucraina che non molla.
Non è un caso che la scrittura di Viola Ardone continui a parlare oltre il libro.
Il treno dei bambini è diventato un film con Serena Rossi, oggi disponibile su Netflix; Oliva Denaro ha trovato una nuova veste in un intensissimo monologo teatrale interpretato da Ambra Angiolini. I libri di Viola Ardone meriterebbero di entrare nei programmi scolastici: non solo perché raccontano pezzi della nostra storia e della nostra memoria collettiva, ma perché rappresentano un patrimonio necessario in un tempo che più che mai reclama sensibilità e consapevolezza, per formare cittadini più attenti e umani. Studiare questi romanzi in classe significherebbe studiare la storia offrendo ai ragazzi un vocabolario emotivo e un’educazione sentimentale di cui si sente oggi un’urgenza profonda.
La Storia vive nei corpi e nelle voci che la attraversano. Nelle ferite, nel dolore e nella rinascita. Viola Ardone lo dimostra ancora una volta: solo i grandi romanzi sanno farci sentire la vita in tutta la sua crudezza, la sua bellezza.
E la sua devastante potenza.