Monarchia o Repubblica: ottant’anni dopo il referendum del 2 giugno 1946 resta uno dei momenti più rivoluzionari della storia italiana.
Quel giorno oltre 24 milioni di persone furono chiamate alle urne per scegliere il futuro di un Paese appena uscito dalla guerra, dal fascismo e dalle macerie morali del conflitto.
A vincere fu la Repubblica, scelta dal 54,3% degli elettori.
La monarchia dei Savoia, che aveva accompagnato l’Italia per 85 anni, venne spazzata via dal Referendum e la famiglia reale fu costretta all’esilio.
Fu una scelta politica.
Ma anche culturale, simbolica, identitaria.
Sulla scheda elettorale comparivano due immagini.
Da una parte lo stemma sabaudo, simbolo dei Savoia.
Dall’altra il profilo di una donna: l’Italia turrita, allegoria della nazione, con il capo cinto da una corona muraria sormontata da torri.
L’Italia scelse quel volto femminile.
Scelse quella donna.
Scelse la Repubblica.
Ma quel 2 giugno del 1946 non segnò soltanto la nascita del nuovo Stato italiano.
Fu anche il giorno in cui le donne entrarono davvero nella vita democratica del Paese.
Per la prima volta nella storia italiana, cittadine e cittadini votarono insieme a suffragio universale in una consultazione nazionale.
Le donne avevano già partecipato alle amministrative pochi mesi prima, nel marzo del 1946. Ma il referendum istituzionale fu qualcosa di diverso: fu il loro ingresso ufficiale nella storia politica italiana.
Oggi il diritto di voto femminile sembra scontato.
E invece è una conquista recentissima.
Le donne in Italia votano da appena ottant’anni.
E ancora: solo nel 1970 arrivò il divorzio.
Solo nel 1978 l’interruzione volontaria di gravidanza diventò legale con la legge 194. Fino ad allora abortire era un reato.
Fa ancora più impressione ricordare che fino al 1981 esistevano il matrimonio riparatore e il delitto d’onore.
Sì, fino a 45 anni fa un uomo poteva ottenere l’estinzione del reato di violenza sessuale sposando la propria vittima. E chi uccideva una moglie, una figlia o una sorella “per salvare l’onore” poteva beneficiare di pene ridotte.
Non stiamo parlando dell’Ottocento.
Stiamo parlando dell’Italia di ieri.
Guardare oggi queste date significa capire quanto il percorso dei diritti femminili sia recente. E quanto possa essere ancora fragile.
Perché il cammino non è finito.
Secondo il Gender Equality Index 2025 dell’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere (EIGE), l’Italia continua a migliorare soprattutto nella rappresentanza politica e nell’accesso delle donne ai ruoli decisionali. Ma resta indietro rispetto a molti Paesi europei sul fronte della parità salariale, dell’occupazione femminile e della conciliazione tra lavoro e famiglia.
È vero: oggi l’Italia ha avuto la sua prima donna Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Ed è vero che la presenza femminile nelle istituzioni è cresciuta rispetto al passato.
Ma le donne continuano a essere sottorappresentate nei vertici economici, nei ruoli di maggiore potere e nei settori strategici.
Per questo il 2 giugno non è soltanto una festa fatta di bandiere, Frecce Tricolori e parate militari.
È una data che continua a parlarci.
A interrogarci.
A chiederci chi vogliamo essere.
Perché la Repubblica italiana nasce da una scelta collettiva di libertà.
E nasce anche dal voto delle donne.
Da milioni di cittadine che per la prima volta entrarono in un seggio e parteciparono alla costruzione democratica del Paese.
Lo ha raccontato benissimo Paola Cortellesi in “C’è ancora domani”.
Un film che dovrebbe essere guardato e riguardato soprattutto nei giorni della Festa della Repubblica. Perché racconta un’Italia in cui le donne vivevano senza indipendenza economica, senza libertà, spesso senza voce.
E perché quel finale — semplice e potentissimo — ci ricorda che il diritto di voto femminile non appartiene a un passato remoto. È una conquista vicinissima. Viva. Fragile.
Ottant’anni dopo, la promessa del 2 giugno non può dirsi conclusa.
La Festa della Repubblica resta allora qualcosa di più di una ricorrenza storica.
È il promemoria di un percorso ancora aperto.
Perché la Repubblica, fin dal suo primo giorno, ha avuto il volto di una donna.
E forse non è un caso.
La Repubblica è donna perché nasce dal coraggio.
Dalla partecipazione.
Dalla libertà conquistata un diritto alla volta.
È donna perché nasce da milioni di italiane che entrarono in silenzio dentro un seggio e cambiarono per sempre la storia di questo Paese.
E ogni volta che l’Italia dimentica i diritti, la dignità e la voce delle donne, dimentica anche sé stessa.
Perché senza donne non esiste democrazia.
E senza uguaglianza non esiste davvero Repubblica.
A tuttti, buon 2 Giugno.