No, non sarà mai una partita comune, quella fra Napoli e Juventus. Come se ogni volta che scendiamo in campo noi e loro si contrapponessero, più che due squadre di calcio, due idee di stare al mondo, non solo in campo. Due squadre, due mentalità, due identità contrapposte per natura: noi e loro. E anche volendo fare un più ordinario discorso di classifica, per quanto lontane possano essere, per quanto distanti possano essere gli obiettivi, sarà sempre una partita che marca un prima e un dopo nel campionato, per il modo in cui scendiamo in campo. E anche stavolta, nel bene, ha marcato un segno importante.
Iniziamo dall’inizio, che è sempre la cosa più facile. Spalletti torna per la prima volta al Maradona da ex, a tre anni da uno scudetto storico. L’accoglienza? All’annuncio delle formazioni un boato di fischi, non dissimile dal terremoto – a cui, modestamente, non poco partecipai all’epoca, con urla di disgusto e insulti variopinti che mi costarono un’afonia di diversi giorni – provocato dal ritorno di Sarri. Un frastuono assordante, che contraddice le affermazioni di Luciano, sostenendo un amore che ancora ci legherebbe. Del resto, se affermi, cito: “Napoli me la sono voluta tenere per ultima, non avrei mai potuto allenare un’altra squadra in Italia. Diventa difficile tornare da avversario”, poi non ti aspettare tappeti di rose rosse e fuochi d’artificio quando torni in giacca e cravatta con i non colori degli strisciati. Perché a quanto pare è difficile, ma non impossibile. La reazione arriva, quindi, ed è abbastanza prevedibile. Magari stavolta al disgusto è frammista l’indifferenza, ma certo non quell’indimenticabile e imperituro idillio che Spalletti si aspettava. Gli insulti? Non sono d’accordo, io forse, se fossi stata là, l’avrei salutato come un ex con cui sei stata bene, ma che sì, un po’ ti ha deluso.E la partita? Ah sì, la partita. Abbiamo visto il Napoli che volevamo, a dimostrazione del fatto che la mentalità conta tantissimo. Tanta testa quanto cuore, insomma.Il Napoli come spesso accade potrebbe vincere sei a zero, considerando tre occasioni sfortunatissime di McTominay che accarezza il palo, ma anche due a uno va bene, soprattutto se quei due gol li segna Hojlund, che torna al gol dopo settimane. E poi, che soddisfazione: il primo lo segna solo al settimo minuto, diventando il marcatore più veloce contro la Juve della storia del Napoli. Vuoi mettere la soddisfazione?
E alla fine di una partita bellissima, restano ancora di più, al di là del gol, al di là dei risultati, quei due modi di vedere il mondo, e domenica sera un po’ di più, perché in panchina siedono proprio due modelli di persone: gli Spalletti, quelli che fanno le dichiarazioni d’amore e poi le contestualizzano, e non sanno che l’amore se lo dichiari poi non lo puoi contestualizzare, non puoi dire “sì, ma io intendevo”, quelli che il giorno prima ti guardano che se al mondo ci fossi solo tu e il giorno dopo “si fa per dire”, e i Conte, che non fanno i debiti con la bocca, e che se un giorno tornasse alla Juve penserei “ci sta, non ha mai detto che ci avrebbe amato per sempre”.
I Conte li chiamo professionisti, e indipendentemente da tutto avranno sempre la mia stima. Gli Spalletti, non so: vedete voi come li volete chiamare, io vado a bere qualcosa per festeggiare.
Foto di copertina: Carlo Hermann