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Muso a muso con il futuro, l’integrazione sociosanitaria in carcere

  • Ida Palisi
  • Maggio 26, 2026
  • 11:51 am
  • Sociale
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Aiutare una persona detenuta a ritrovare se stessa per prepararsi a rientrare in società grazie a strumenti concreti come i laboratori di zooarteterapia e una “rete” costituita da enti, istituzioni e associazioni del terzo settore operanti sul territorio. È questo il tema al centro del convegno in programma il 28 maggio dalle 14 e il 29 dalle 8.30 nell’Aula Magna del Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università Federico II di Napoli in Via Federico Delpino 1 dal titolo “ Muso a muso con il futuro, l’integrazione sociosanitaria in carcere ”. L’evento è promosso dall’Area di Coordinamento per la Sanità Penitenziaria dell’ASL Caserta e dal Laboratorio Territoriale Regionale “Eleonora Amato” della Regione Campania.

Fil rouge della “due-giorni” napoletana è il presupposto che il carcere non debba essere solo un luogo “punitivo” ma uno spazio dove è possibile e doveroso attivare percorsi di cura e trasformazione . La ricostruzione, infatti, parte dall’interno della persona, che va preparata a rientrare e ad essere inclusa nel mondo esterno al carcere, riducendo il rischio di recidive. Anche la normativa sull’ordinamento penitenziario, in vigore nel nostro Paese dal 1975, stabilisce che la pena debba avere una funzione rieducativa e orientata al reinserimento sociale e la legge sull’integrazione sociosanitaria, introdotta in Italia agli inizi degli anni Duemila, riconosce che le persone fragili necessitano di risposte coordinate tra sanità, servizi sociali e terzo settore.

In Campania questa visione si è già tradotta in progetti concreti. Nel 2023 una regolamentazione regionale ha permesso alla ASL Caserta e al Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria di firmare un accordo di programma per sviluppare laboratori sperimentali di zooarteterapia in cogestione con enti del Terzo Settore. Queste attività hanno dato impulso alla definizione di uno specifico protocollo di ricerca con il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” e il Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”.

L’obiettivo non è verificare se il metodo funziona, ma come funziona, per costruire un protocollo replicabile nei vari istituti italiani. Per far questo si monitora l’evoluzione della capacità dei partecipanti di regolare le emozioni, di gestire l’impulsività e di tornare a cooperare con gli altri. Al centro c’è una convinzione: la riabilitazione non è adattamento alle regole, ma riconquista della capacità di stare in relazione. Il legame con un cane può rappresentare una prima forma di relazione e un passo importante verso la ricostruzione di questa capacità.

“La zooarteterapia – s piega Maria Teresa Corvino, Dirigente Psicologo dell’Area di Coordinamento per la Sanità Penitenziaria dell’ASL Caserta – abbina il contatto con gli animali e l’arteterapia per sostenere il benessere emotivo delle persone detenute. Dopo l’interazione con l’animale, scelto in base alla sua personalità e abbinato a quella del partecipante al laboratorio, il soggetto coinvolto elabora l’esperienza attraverso pittura, collage o scultura, dando forma a ciò che le parole faticano a dire. Questi laboratori si sono dimostrati strumenti efficaci per lavorare sul mondo interiore, ricostruire il senso di umanità e rendere possibile un rientro autentico nella vita sociale”.

“La chiave del successo degli interventi assistiti con gli animali (IAA) risiede nella reciprocità – precisa Danila d’Angelo, Prof Associato di Etologia e benessere animale presso il Dipartimento di Medicina Veterinaria e Produzioni animali dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II ” – superando una visione strettamente antropocentrica, applichiamo protocolli rigidi volti a tutelare in primis il benessere dei cani coinvolti. L’abbinamento non è casuale, ma si fonda sul perfetto incontro tra i tratti di personalità dell’animale e quelli della persona privata della libertà. Una relazione può considerarsi realmente efficace e trasformativa solo quando si sviluppa in un contesto di totale sicurezza ed equilibrio emotivo per entrambi. Solo rispettando e proteggendo il cane come soggetto attivo dell’incontro possiamo insegnare e sperimentare la vera empatia”.

“Il progetto – sottolinea Raffaella Perrella, Professore Associato di Psicologia Dinamica presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” contribuisce allo sviluppo di un protocollo di intervento integrato, validato e replicabile in ulteriori contesti della privazione della libertà personale, volto a valutare l’impatto sul benessere psicologico e sul funzionamento relazionale degli autori di reato, nonché sul funzionamento metacognitivo, inteso come capacità di riflettere sulle proprie azioni e sulle proprie emozioni, riconoscendone l’impatto sugli altri. L’utilizzo di metodologie e di misure specifiche permetterà di chiarire se, e come, tali interventi possano contribuire al cambiamento psicologico e alla riabilitazione psicosociale della popolazione detenuta, offrendo alla comunità scientifica, e alle istituzioni carcerarie, uno strumento concreto per promuovere l’empatia, l’autocontrollo e la responsabilità sociale tra i detenuti, elementi chiave per abbattere i tassi di recidiva.”

” Tutto questo richiede una collaborazione reale tra istituzioni diverse, che lavorino insieme sia dentro che fuori le mura . – conclude Giuseppe Nese, Psichiatra, Direttore dell’Area di Coordinamento per la Sanità Penitenziaria dell’ASL Caserta e Coordinatore del Laboratorio Territoriale Regionale “Eleonora Amato” della Regione Campania – Il progetto infatti vuole creare un dialogo continuativo anche con il mondo accademico, perché curare chi è in carcere significa anche investire nella sicurezza e nel benessere di tutta la comunità.

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