Alessandra Muto attraversa pittura, illustrazione, fumetto, tecniche di stampa e digitale, trasformando la sperimentazione in uno degli elementi centrali della sua ricerca. Nel suo lavoro i diversi linguaggi non sono compartimenti separati, ma strumenti che dialogano tra loro per raccontare temi sociali e personali. Dalla lettura dei grandi maestri del fumetto francese all’esperienza del workshop Tatto-Disegnare con il corpo, fino all’opera realizzata per il Premio Lamberti, Muto racconta un percorso fondato sulla curiosità, sulla libertà e sulla necessità di guardare la realtà da più prospettive.
Alessandra Muto partecipa al Premio Lamberti con una sua opera.
Lei ama definirsi un’artista multidisciplinare: cosa rappresenta oggi questa scelta nel suo percorso?
Nell’arte non esiste davvero una competenza settoriale ed esclusiva di una disciplina: il disegno, per esempio, viene utilizzato per la scultura, la pittura, l’animazione e tanti altri ambiti. Essere multidisciplinari significa rendersi conto di avere degli strumenti e indagare tutte le possibilità espressive che questi strumenti offrono.
Dalla pittura al fumetto, fino alle tecniche di stampa e al digitale: come convivono questi linguaggi nel suo lavoro?
L’utilizzo di tecniche diverse nel mio lavoro risponde sia a un fattore di gusto estetico, sia all’espressione di alcune fasi del processo creativo. La pittura, per esempio, rappresenta sempre una fase di apertura, sperimentazione e grande libertà. Nell’illustrazione ho già un’idea abbastanza precisa di quello che voglio comunicare da un punto di vista contenutistico, mentre il digitale, nel modo in cui lo utilizzo ora, serve per post-produrre il lavoro e digitalizzarlo. Sono tutti elementi concatenati e inscindibili l’uno dall’altro.
La sperimentazione è una costante del suo percorso. Quanto è importante continuare a mettersi in gioco con tecniche diverse?
La sperimentazione continua ad avere una grande importanza per me, ma l’approccio con cui mi affaccio alla sperimentazione è un po’ inusuale. Dispongo davanti a me materiali che non uso o che non ho mai utilizzato, chiudo gli occhi e comincio a giocarci, a familiarizzare con loro non attraverso la vista ma attraverso il senso del tatto, per capire come il mio corpo reagisce all’utilizzo di quello strumento. Se mi piace continuo, altrimenti cambio.
Da questo approccio è nato un workshop, Tatto – Disegnare con il corpo, che si svolgerà allo Sputnik Festival di Pisticci.
Ha iniziato a leggere fumetti in francese: quanto questa esperienza ha influenzato il suo stile e il suo modo di raccontare?
Il fumetto francese l’ho conosciuto alla scuola francese che ho frequentato a Napoli. Eravamo obbligati a scegliere, non ricordo se un libro a settimana o al mese, e io puntualmente sceglievo Asterix e Obelix, Tintin ma, più di tutti, Lucky Luke, il mio preferito.
I fumetti erano equiparati ai libri perché se ne riconosceva già la potenza espressiva, culturale e anche educativa in alcuni casi. Questa esperienza si è aggiunta a quella della lettura di Zerocalcare in età adulta, di cui apprezzo l’approccio, ma che non considero il mio autore di riferimento. Citerei piuttosto Simon Hanselmann, Elisabeth Pitch, Catherine Meurisse, Altan, Hugo Pratt, Gipi, Bastien Vivès e Pazienza.
Nelle sue opere trovano spazio valori come la parità di genere, la solidarietà e la libertà. Quanto è importante per Lei trasmettere questi messaggi attraverso l’arte?
I valori che provo a comunicare, soprattutto attraverso le storie a fumetti e l’illustrazione, sono proprio quelli citati. Credo che l’arte possa essere uno strumento per raccontare la realtà, ma anche per metterla in discussione e invitare a guardarla da prospettive differenti.
Ci racconta l’opera che ha realizzato per il Premio Lamberti e il messaggio che ha voluto affidarle?
Nell’illustrazione che ho scelto di donare voglio raccontare l’ambivalenza della città di Napoli. La parte buia che ho disegnato rappresenta il centro storico, il porto industriale, la stazione, Gianturco e altre zone della città. È la zona in ombra e non considerata: oscura non da un punto di vista valoriale, ma perché ignorata dalle politiche sociali, abbandonata.
La parte in luce, quindi, rappresenta il Vomero, Chiaia, Posillipo: ciò che di Napoli vuole essere mostrato e che sicuramente è bello, ma non è l’unica verità. Perché anche dove c’è luce c’è ombra e dove c’è ombra c’è luce.
Questa è un’analisi guardando il disegno in orizzontale. In verticale, invece, si vede il castello in alto e il pescatore in primo piano, ma in basso: attraverso questa disposizione voglio mostrare la stratificazione sociale della città.