Ridurre Giuseppe Faiella a colonna sonora dei fine serata a base di amarcord significa non aver capito nulla della storia del pop italiano. Perché il ragazzo che nel 1958 sconvolse la tradizione con Malatia non è stato un semplice intrattenitore: è stato, a tutti gli effetti, il più lucido innovatore della nostra musica del dopoguerra.
Quindici partecipazioni al Festival di Sanremo (con due vittorie, nel 1973 e nel 1976), quattro partecipazioni al Festival della Canzone Napoletana (con una vittoria, nel 1970) e nove partecipazioni a Canzonissima. E, ancora, una serie di successi indimenticabili come “Un grande amore e niente più”, “St Tropez twist”, “Roberta”, “Luna caprese” e “Champagne”, forse la più famosa e la più ballata.
Per comprendere l’originalità di Peppino di Capri bisogna osservare il contesto in cui si impose. L’Italia dei tardi anni Cinquanta era spaccata in due blocchi rigidi. Da un lato l’ortodossia melodica di Sanremo, dall’altro la drammaturgia solenne e teatrale della canzone napoletana. In mezzo si muovevano gli “urlatori” come Celentano o Mina, che rompevano il sistema a colpi di decibel e fisicità rock.
Peppino fece qualcosa di molto più sottile: il sabotaggio dall’interno. Si presentò vestito in smoking, con gli occhiali spessi da intellettuale, l’aria da bravo ragazzo dell’alta borghesia e il pianoforte classico sotto le dita. Dentro quel guscio rassicurante, iniettò una ritmica fuori dagli schemi per l’epoca: il twist, il chachacha, il rockabilly americano scoperto da bambino suonando per le truppe USA di stanza sull’isola. Quando prese monumenti intoccabili come Voce ’e notte o I te vurria vasà e li fece muovere a tempo di rock ’n’ roll, non stava facendo delle semplici cover. Stava compiendo un’operazione di modernizzazione geopolitica: regalava a Napoli il respiro cosmopolita del boom economico.
Non è un caso se nel 1965, quando i Beatles sbarcarono in Italia per i loro storici e unici concerti, l’unico artista italiano ritenuto abbastanza “moderno” e credibile per aprire le loro date a Milano e Roma fu proprio Peppino con i suoi Rockers. Mentre l’industria discografica nostrana guardava ancora al passato con sospetto, lui dialogava già, per attitudine e architettura sonora, con la contemporaneità anglosassone.
Eppure, a differenza di colleghi come Fred Buscaglione o Fred Bongusto, Peppino ha sempre coltivato la spietata efficacia dell’antidivo.
Cantava quasi sottovoce, con una timbrica nasale, ravvicinata, quasi confidenziale, che azzerava la distanza con l’ascoltatore. Ha sdoganato un’idea di vulnerabilità maschile inedita: quando cantava la fine di un amore (si pensi a Roberta), non c’era la sceneggiata napoletana, ma la compostezza di chi mantiene l’eleganza anche mentre tutto crolla.
Peppino di Capri ha inventato l’estetica del “post-festa”, quel momento in cui le luci si abbassano e si fa i conti con la solitudine, mantenendo però intatto il ritmo.
Oggi che il Ministero della Cultura propone di dedicare a lui il cammino per il riconoscimento della canzone napoletana a patrimonio Unesco, diventa chiaro che non piangiamo un reduce del piano bar. Piangiamo il designer che ha preso la tradizione melodica italiana, l’ha portata a spasso per il mondo e ce l’ha restituita trasformata in un pezzo d’alta moda.