“YES” di Nadav Lapid è un film opprimente, ruvido, disturbante, capace di rappresentare, in modo sofisticato, il degrato morale a cui giunge una società quando vengono meno i dispositivi salvifici della libertà, come l’arte, per esempio.Siamo a Tel Aviv e, mentre seguiamo le vicende dei protagonisti, sappiamo che l’orrore della morte si sta consumando oltre confine, non lo vediamo ma lo immaginiamo, perchè lo abbiamo già visto. E fa più male. Come ne “La zona di interesse”, un film che credo abbia ispirato il regista. Lo sguardo in YES è da quest’altra parte, sulla normalità delirante di una popolazione compromessa, che di umano non ha più molto. “Arrenditi il prima possibile figlio mio, al mondo valgono solo due parole: sì e no”, dice il protagonista al figlioletto, mentre costeggiano in bici un mare che dovrebbe aprirci lo sguardo e invece ci intrappola, facendoci sentire in gabbia. Un sensazione che ci resta attaccata addosso per tutta la visione del film, facendoci sentire a disagio. Un disagio suscitato dal fatto che quella dimensione esistenziale la conosciamo bene, ci appartiene: siamo noi ad essere mostrati in YES. La spietata società tecno-capitalista, le cui logiche deterministiche hanno disumanizzato l’individuo, incrinando il suo sguardo verso una realtà polarizzata e senza via di uscita (sì o no).Lapid delinea il ritratto di una società surreale (o terribilmente reale), accelerata, come ipnotizzata sotto i compulsivi spasmi elettronici di una macchina informatica (Elon Musk), che per sua natura è regolata, appunto, dal linguaggio binario (on/off – sì/no).Sul piano registico, il riferimento tecnologico, si ritrova nella scelta di immagini technicolor, iperrealistiche, con incursioni di intelligenza artificiale e movimenti di macchina frenetici. Un’artificiosità che arriva a contaminare l’essere umano dall’interno, privandolo della spiritualità e costringendolo a contatti umani esclusivamente performativi. I rapporti tra le persone, anche i più intimi, sono caratterizzati da una fisicità accentuata, dirompente, fastidiosa a volte, volutamente, perchè lascia trasparire la ferocia che la sottende e la possibilità che possa diventare qualcosa di più incisivo (un’aggressione?). I personaggi di YES sono come sovrastimolati, in preda ad un raptus collettivo, che sembra prossimo all’autodistruzione o che già l’ha iniziata. L’essere umano si fa grottesco, quasi mostruoso, perde la sua natura e anche i corpi si trasformano in contenitori vuoti, senza valore, che si muovono scomposti, infrangendosi in pareti o su altri corpi, disperati, inespressivi, plastici. Qui il pensiero si è appiattito, lo spartito musicale si è assottigliato lasciando solo un rumore costante, che penetra nelle case giocoforza, il linguaggio si è disarticolato, impedendo la comprensione tra simili, come quello che il protagonista insegna al bambino nel suo angosciante sogno ricorrente, dove il bimbo chiede di essere aiutato a recuperare una palla dall’albero ma il suo grido di aiuto cade nel vuoto (ci ricorda qualcosa?).Quella di YES è una società nichilista, dove l’ispirazione artistica è impossibile e il protagonista, un pianista incapace di comporre l’inno (tremendo) che gli viene commissionato, è costretto ad attingere al dolore sopito della donna amata anni prima, quando era un fanciullo, un dolore che lei stessa non sa di avere. Una scena intensa in cui la donna, che lavorava nell’esercito, vomita l’elenco delle barbarie subite dalla popolazione palestinese, in un crescendo emotivo che va dal gelido distacco fino al pianto inaspettato. Fanciulli che sono qui depredati, strumentalizzati, fagocitati, appesi sulla soglia di un futuro incerto, o forse certo e senza speranza. Un film incredibile, stratificato. Un vero dono.
Autrice: Marinella Ioime