È la grammatica sentimentale del caffè messa giù in napoletano che ha chiuso, tra applausi e risate, il Campania Teatro Festival. Con un dialetto attualizzato e tenuto sotto stretta sorveglianza dallo storico della lingua italiana Nicola De Blasi, al Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale è andata in scena domenica 12 luglio l’opera buffa ’A cantata d’’o ccafè per la regia di Luca Iavarone.
Poco meno di un’ora per intrecciare classico e contemporaneo, Pino Daniele e la sua “tazzulella” con la Kaffeekantate di Johann Sebastian Bach composta quasi trecento anni fa e che il regista rende comicamente napoletana, con echi edoardiani e scenette alla Totò e Peppino, con tanto di bar e cucumella.
La vicenda è quella di un padre brontolone, Don Scendrià, che accusa la figlia Lisca di bere troppe tazze di caffè. Dietro il “vizio” domestico il sospetto che si nasconda l’anelito all’indipendenza, all’autonomia e alla libera scelta della donna. Firmato da Luca Iavarone, quarantenne autore e regista napoletano, lo spettacolo ha visto in scena Serena Pisa bravissima nei panni del Narratore, Luca De Lorenzo in quelle di Don Scendrià, Ellah March come Lisca, con musiche dell’orchestra composta dal Quartetto di Napoli: Giorgiana Strazzullo, violino, Lorenza Maio, violino e flauto, Carmine Caniani, viola, Veronica Fabbri Valenzuela, violoncello. Alle tastiere Tom Tea, a cui si deve l’idea di lavorare sull’aria di Lisca della Kaffeekantate.
Quando Bach compose la “Cantata del caffè”, tra il 1732 e il 1734, una sorta di opera dalle dimensioni molto ridotte (il testo è del poeta e librettista tedesco Picander), con l’alternanza di parti recitate, arie e un corso conclusivo, nelle principali città europee si stava diffondendo la moda di bere il caffè. Un uso di origini arabe, molto costoso all’epoca, che assunse proporzioni anche smodate: ai tempi di Bach questa modalità sociale era ritenuta una cattiva usanza, foriera di incontri promiscui fuori dal controllo della famiglia. Iavarone firma con Tom Tea anche il libretto liberamente tratto da Picander, e traspone la Cantata in un’altra modalità con Napoli al posto di Lipsia, un Bach che appare nelle illustrazioni/manifesti live di Clelia Le Boeuf. Le scene di Rosaria Castiglione (che firma anche i costumi) con le luci di Mattia Santangelo hanno accompagnato il passaggio costante dalla casa al caffè alla prigione (morale) in cui il padre vorrebbe rinchiudere la “licenziosa” figlia. L’apporto del linguista De Blasi si sente perché il napoletano è accessibile e comprensibile, mentre la macchina teatrale funziona tenendosi in bilico tra quella che sembrerebbe una burla ed è, invece, un conflitto domestico molto forte dove il caffè è solo il simbolo di una scelta libera che tanto libera non è.
In un’epoca in cui i diritti delle donne sono diventati il marchio di fabbrica di un femminismo social, Iavarone smonta i luoghi comuni e ci ri-parla di patriarcato, facendolo difendere da una donna en travesti – il Narratore – mettendo in prigione il padre come il Don Raffaè di De Andrè e trasformando il caffè in un potentissimo oggetto del desiderio.