Potrebbe essere di Pavia o di Parigi o di Timbuctu.
Importa poco infine che sia napoletano, che venga dai luoghi degli scugnizzi, dove la canzone fa rima con l’emozione, se non per quella questione dell’autenticità, del mostrarsi su un palco così come si è.
Sal Da Vinci è autentico, sale sul palco con le sue emozioni, senza la posa dell’artista maledetto. Sale sul palco umile, non fa rap ma canta, si commuove…
Ed è questo che vince a Sanremo nel 2026.
Il coraggio di portare se stessi, senza maschere, trucchi, tatuaggi, bisturi e senza scimmiottare come si fa su quel palco i comportamenti che fanno tendenza.
Ha solo il coraggio di raccontare in una canzone i capisaldi della propria vita, anche se sono antiquati o in controtendenza, un amore che dura da quarant’anni con sua moglie e poi con gli occhi scintillanti fa qualcosa di altamente eretico: mostra trionfante la fede al dito, come a dire esiste qualcosa che dura, porto la testimonianza.
Crack.
Qualcosa trapela su quel palco, si propaga tra le file del teatro Ariston, si alzano tutti in piedi e applaudono.
La canzone è orecchiabile ma niente di speciale, eppure ciò che la gente respira è qualcosa di diverso.
Poteva cantare anche la lista della spesa, non faceva differenza.
Ciò che passa è la testimonianza. Canta qualcosa in cui crede e che ha vissuto sulla propria pelle e il pubblico lo sente e lo riconosce.
In un mondo ideologico dove ci si azzanna per un’opinione, e dove poi si comprende che le opinioni hanno lo stesso spessore del nulla, in una società dove tutto si deteriora soprattutto i sentimenti che naufragano nel mare delle pretese e delle aspettative, e dove tutto è un vuoto a perdere, Da Vinci osa cantare la sua verità in controtendenza, la storia di un uomo che viene dal basso, che ha costruito mattone dopo mattone il suo percorso artistico in un mondo dove si compra tutto, anche il proprio successo.
Da Vinci canta tre cose che oggi sono diventate tabù, coperte dalla veste nichilista dei nostri tempi: un amore che tende all’assoluto, una fede in qualsivoglia Dio, e il matrimonio che dura, quasi una blasfemia nel deserto del materialismo consumista in cui siamo avviluppati.
È questo che sconcerta alcuni e che coinvolge altri: l’elemento sacro, identificato in quel qualcosa che resta.
E non basta la dietrologia politica e sociale, il voler attribuire una parola a una fazione politica o a un’altra, a mascherare che ciò che fa più paura oggi è la sacralità, baluardo di quanto di più umano conosciamo e per questo da tradire, rinnegare, confutare in questo mondo liquido, ineffabile, del consumo dove sei un consumatore sostituibile e quindi inutile.
Siamo sospesi e vittime di quella leggerezza che Kundera nel suo romanzo più significativo definiva “insostenibile”.
Il sacro è un rito, un legame, un mistero, un’intuizione. Un percepire ciò che ci accomuna, una tensione verso qualcosa che trascende, la costruzione di un amore che come cantava Ivano Fossati spezza le vene delle mani, mescola il sangue col sudore, ma rende vivi.
Oggi la cultura tecnocratica, scientista e a volte spietata, privata della cultura dei valori, siano essi religiosi, etici o semplicemente umani, mira a ridurci ad algoritmi, a numeri, a macchine, trascurando le peculiarità del cuore.
Abbiamo costruito tutto su una chiave semplicistica, dove l’essenziale è stato reso banale e in questa chiave tutto è diventato schieramento, bene/male, sì/no, giusto/sbagliato, abbiamo reso la psiche un luogo meccanico da indagare con strumenti diagnostici e sembra sempre di più appannarsi la legge del cuore che è quella dell’empatia, del rispetto, del riconoscimento, quella che ci porta a considerare le ragioni dell’altro e che ci pone in ascolto della complessità dell’animo umano.
Eppure forse l’unica cosa che resta è questa dimensione essenziale, nel mondo robotico dove viviamo in compagnia di Alexa e dell’IA, dove consumiamo una vita fittizia dietro lo schermo, e dove l’anima cerca qualcosa ma non sa nemmeno più cosa.
Alcuni chiamano questo nucleo essenziale amore. Altri fede, altri coraggio di essere se stessi.
Forse è semplicemente un topos identitario.
Perché Sal Da Vinci è stato votato?
Siamo in cerca di punti fermi e stabilità in un mondo in disgregazione.
Quella platea dell’Ariston, in piedi ad applaudire, forse racconta dell’uomo di oggi che si alza in piedi a rivendicare il suo diritto a non essere cancellato dalla storia, a testimoniare l’umanità che resta dietro le guerre decise da altri.
A raccontare, dietro le maglie del nichilismo, il desiderio di costruire di nuovo oltre l’indifferenza e la depressione.
Oltre la corsa alla disumanizzazione.
“Non sono nata per condividere l’odio, ma l’amore”
Antigone, Sofocle