Altari vuoti e suocere deluse: il matrimonio italiano secondo l’Istat

Gli ultimi dati Istat ci raccontano una storia d’amore tutta italiana, ma senza violini in sottofondo e bomboniere sulla confettata.

Nel 2024 i matrimoni celebrati sono stati 173.272, il 5,9% in meno rispetto al 2023.

Traduzione: sempre meno persone pronunciano il fatidico “sì”, mentre cresce il numero di chi risponde “poi vediamo”, “magari più avanti” o il super attuale “non è il momento”.

I matrimoni religiosi calano ancora di più (-11,4%). Evidentemente anche il “finché morte non ci separi” ha bisogno di un aggiornamento. Credo sia più onesto un “finché mutuo non ci schiacci”.

E il futuro non promette confetti: nei primi nove mesi del 2025 i matrimoni continuano a scendere (-5,9%). Insomma, Cupido si è messo a part-time.

La vera sorpresa, però, è che diminuiscono anche separazioni e divorzi. Tutti più innamorati? No. È semplice: se non ti sposi, non puoi nemmeno divorziare (anche perché gli avvocati costano).

Strategia perfetta. Il famoso “divorzio breve” aveva trasformato le seconde nozze in una sorta di sequel sentimentale, ma oggi anche lì regna la cautela: prima di risposarsi, meglio pensarci anche perché – lo sapete – sbagliare è umano, perseverare è diabolico.

Nel frattempo i giovani restano a casa: il 63,3% vive con mamma e papà fino a 35 anni. Altro che “mutuo prima casa”: qui parliamo di cameretta, cena pronta, lavatura e stiratura tutto meglio di un resort a cinque stelle.

Anche le unioni civili calano (-2,7% nel 2024, -3,1% nel 2025). L’istituzione, in generale, sembra aver perso appeal. L’amore c’è, ma preferisce stare senza contratto, una sorta di amore a nero.

Ed ecco la domanda che divide pranzi di famiglia e commenti sui social: evoluzione o involuzione?

Se vogliamo vedere la catastrofe: “Oh mio Dio, questi giovani non si sposano, non fanno figli, sono dei bamboccioni! Ai miei tempi a vent’anni avevamo già due figli, un cane e il mutuo per la casa a Scalea!”.

Se invece vogliamo vedere l’evoluzione: ma chi glielo fa fare? Lavare, stirare, la domenica dalla suocera, Natale con i miei, Capodanno con i tuoi, il mutuo, la Folletto, la spazzatura da scendere, il mal di testa strategico, l’anniversario con la cena romantica obbligatoria… e un lungo elenco di cose che anche no, meglio zitelli che il doppio cognome sul citofono.

Ma forse la questione non è né evoluzione né involuzione. La parola chiave è libertà di scelta.

Possono due trentenni con contratti precari, stipendi bassi e prezzi da gioielleria al supermercato pensare serenamente a un matrimonio, alle bomboniere, all’abito bianco, al ricevimento “sobrio” da 120 invitati? Difficile. Molto difficile.

E allora, alla fine di conti e statistiche, la domanda non è se i giovani siano pigri, immaturi o allergici al matrimonio.

La vera domanda è: possono permetterselo?

Perché la libertà di scelta è meravigliosa, ma solo se esiste davvero.

Se per sposarti devi fare un mutuo per il mutuo, se l’abito bianco costa come una Panda usata, se le bomboniere sembrano gioielli di famiglia e il ricevimento “intimo” parte da 100 invitati, forse non è paura dell’impegno: è semplice matematica.

I giovani non rifiutano il matrimonio. Rifiutano l’ansia a tempo indeterminato. Non è che non vogliono figli: è che prima dovrebbero capire dove dormire, con quale stipendio crescere qualcuno e se a fine mese resta qualcosa dopo aver pagato luce, gas e una mozzarella che ormai costa come quanto un ciuffo di extension da Federico Fashion Style.

Quindi evoluzione o involuzione?
Forse nessuna delle due.

È adattamento. È sopravvivenza sentimentale in un mondo dove l’amore è libero, ma la vita quotidiana costa cara.
E finché la libertà di scegliere resterà legata al saldo del conto corrente, più che dire “sì, lo voglio”, molti continueranno a dire: “magari, quando posso”.

E “magari purtroppo non possono mai”.

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