Cantante, docente e ricercatrice vocale, Annalisa Madonna ha fatto della musica una continua ricerca di autenticità. Tra palcoscenici, insegnamento e progetti artistici, racconta il suo rapporto con la voce e con la formazione delle nuove generazioni.
Quando ha capito che la musica sarebbe stata la sua lingua?
In realtà ho agito con poca consapevolezza per i primi anni della mia carriera. Lasciavo che la musica mi scegliesse. Soltanto in età adulta ho compreso che la condicio sine qua non della mia serenità era avere la musica nella mia vita.
La voce si educa o si libera?
La voce si libera soltanto attraverso l’educazione. È proprio la disciplina, unita alla conoscenza di sé, a permettere alla voce di esprimersi nella sua autenticità.
Lei è anche docente. Da chi impara di più: dai maestri o dagli allievi?
Ho conosciuto, e spero ancora di conoscere, grandi Maestri. Ma ho trovato anche piccoli maestri in tante allieve e in tanti allievi incontrati lungo il mio cammino. Credo che in ogni incontro ci sia uno scambio e, quindi, una possibilità di apprendimento reciproco.
Cosa non ha mai insegnato, ma solo vissuto?
Credo che le emozioni non si possano insegnare. Si possono raccontare, evocare, condividere, ma viverle in prima persona è un viaggio unico e irripetibile, proprio come unica e irripetibile è ogni anima sulla Terra.
I Gatos do Mar sono un viaggio o un ritorno?
«I Gatos do Mar rappresentano il desiderio di un viaggio sempre nuovo verso mari sconosciuti.»
Che suono ha la sua felicità?
«Il suono della felicità è quello dei ricordi. È una voce cara, una canzone che mi riporta a una persona amata o a un giorno importante. Ogni memoria felice ha il suo suono, ed è quello che porto con me.»
Che cosa l’ha sedotta del teatro?
«Fin da bambina avrei voluto fare teatro. È curioso pensare che la vita mi abbia portata prima verso il canto, quasi allontanandomi da quel desiderio originario. Eppure il teatro è stato il mio primo amore: giocavo da sola, mi travestivo e recitavo davanti allo specchio. Forse è anche per questo che mi sono dedicata tanto al musical, fino a realizzare, nel 2013, il sogno di debuttare a Broadway, al New York City Center.»
Sul palco recita o continua a cantare, anche senza musica?
«In Fidelia faccio entrambe le cose: recito e canto a cappella. Per me il confine tra parola e musica è molto sottile.»
In Eptathlon interpreta Fidelia, personaggio ispirato ad Ana Fidelia Quirot. Che esperienza è stata?
«Claudio Di Palma è un grande Maestro e per me una vera guida. Gli sono profondamente grata perché ha scommesso su di me come attrice in questa sua ultima produzione, che mi ha profondamente commossa. Ana Fidelia Quirot è una figura femminile iconica, simbolo di straordinaria resistenza. È stato un grande onore darle voce e corpo attraverso Fidelia.»
Dopo una carriera tra musica e teatro, cosa rappresenta oggi la scena per lei?
«Per me il palcoscenico resta il luogo dell’incontro autentico. È lo spazio in cui parola, musica ed emozione possono fondersi, dando vita ogni volta a qualcosa di irripetibile.»