Prima di parlare di nuove terapie e medicina personalizzata, è importante comprendere la reale portata dell’emicrania: una malattia neurologica cronica che colpisce milioni di persone e rappresenta una delle principali cause di disabilità nella popolazione in età lavorativa.
In Campania, dove si stima che oltre un milione di persone ne soffra, la sfida è duplice: migliorare la qualità della vita dei pazienti e costruire un modello di assistenza capace di garantire diagnosi tempestive e accesso alle cure più innovative.
Ne parliamo con il Prof. Antonio Russo, Professore Ordinario di Neurologia e Direttore del Programma Interdipartimentale di Medicina delle Cefalee e delle Sindromi Dolorose Primarie, tra i principali esperti italiani nel campo della ricerca e della cura dell’emicrania.
Dall’impatto della malattia sul territorio campano ai progressi della ricerca, fino alle prospettive offerte dalle nuove terapie e dalla medicina di precisione,
il Professore ci guida attraverso le sfide e le opportunità di una disciplina in continua evoluzione, con uno sguardo rivolto al futuro dell’assistenza neurologica.
Professore, l’emicrania è una delle patologie neurologiche più diffuse e invalidanti al mondo. Quante persone ne soffrono oggi in Campania e quale impatto ha questa malattia sulla qualità della vita dei pazienti e sul sistema sanitario regionale?
L’emicrania è una malattia neurologica cronica che l’Organizzazione Mondiale della Sanità considera tra le principali cause di disabilità nella popolazione giovane-adulta.
In Campania stimiamo che ne soffrano oltre un milione di persone, mentre circa 150-200 mila presentano forme croniche o ad alta frequenza, quelle più invalidanti.
L’impatto sulla qualità della vita è enorme:
i pazienti convivono con dolore ricorrente, nausea, ipersensibilità alla luce e ai rumori e, nei casi più gravi, con una significativa limitazione della vita lavorativa, familiare e sociale.
Ma l’emicrania rappresenta anche un problema di sanità pubblica, perché genera un elevato ricorso alle cure, agli accessi in pronto soccorso, alle visite specialistiche e determina costi indiretti molto elevati legati alla perdita di produttività.
Investire nella diagnosi precoce e in percorsi terapeutici appropriati significa quindi migliorare la vita dei pazienti e, allo stesso tempo, rendere più sostenibile il sistema sanitario.
Lei è impegnato da anni nella ricerca e nella cura dell’emicrania. Quali sono i principali progetti che il suo team sta portando avanti in Campania e quali risultati ritiene più significativi fino a oggi?
Potrei dire che, pressoché da sempre con il mio Maestro il prof. Gioacchino Tedeschi ed il prof. Alessandro Tessitore, Direttore dell’UOC di Neurologia e Neurofisiopatologia dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” e già da diversi anni con il dott. Marcello Silvestro, la nostra attività di ricerca si sviluppa lungo tre direttrici principali.
La prima è rivolta a comprendere meglio i meccanismi biologici dell’emicrania mediante tecniche di risonanza magnetica avanzate, alcuni dei quali identificabili come biomarcatori che consentano ad esempio di prevedere quali pazienti risponderanno meglio a uno specifico trattamento, avvicinandoci a una vera medicina di precisione.
La seconda riguarda lo sviluppo di terapie sempre più efficaci e personalizzate, attraverso studi clinici che valutano l’efficacia dei nuovi farmaci nella pratica clinica quotidiana.
La terza riguarda l’organizzazione dell’assistenza, perché la ricerca deve tradursi in un miglioramento concreto dei percorsi di cura sul territorio.
In questi anni abbiamo contribuito alla produzione di evidenze scientifiche riconosciute a livello internazionale e abbiamo dimostrato che le nuove terapie anti-CGRP possono cambiare radicalmente la storia clinica di molti pazienti con forme gravi e resistenti,
come ad esempio la cefalea cronica associata all’uso eccessivo di antinfiammatori, lavoro riconosciuto tra i più significativi dell’ultimo anno nell’ambito dell’emicrania dall’European Academy of Neurology.
Oggi il nostro obiettivo è fare un ulteriore passo avanti: non limitarci a curare meglio l’emicrania, ma individuare il trattamento giusto per il paziente giusto, nel momento giusto.
Nonostante l’elevata diffusione dell’emicrania, molti pazienti convivono per anni con diagnosi tardive o trattamenti inadeguati. Perché accade ancora questo e cosa si può fare per migliorare il percorso di diagnosi e cura?
Per molti anni l’emicrania è stata considerata un semplice mal di testa, quando in realtà è una malattia neurologica cronica che richiede una presa in carico strutturata.
Oggi disponiamo di terapie innovative in grado di cambiare radicalmente la storia della malattia, ma il vero problema è far sì che il paziente giusto arrivi rapidamente al trattamento più appropriato.
È una sfida organizzativa, prima ancora che terapeutica.
Proprio per questo, in Regione Campania stiamo lavorando alla realizzazione di un modello di rete che integri medici di assistenza primaria, neurologi territoriali e Centri Cefalee, con percorsi diagnostico-terapeutici condivisi, programmi di formazione e criteri uniformi di invio.
A tal proposito vorrei sottolineare il ruolo determinante della Direzione Generale per la Tutela della Salute della Regione Campania, nella persona del Direttore Generale dott. Ugo Trama, e del Settore Assistenza Territoriale, diretto dal dott. Pietro Buono,
che hanno avuto il merito di cogliere la rilevanza sanitaria e sociale dell’emicrania e la volontà concreta di imprimere una svolta a un ambito che per troppo tempo è rimasto privo di un’organizzazione strutturata.
L’obiettivo è garantire una presa in carico tempestiva, ridurre i ritardi diagnostici e assicurare un accesso equo alle cure innovative.
Credo che il futuro della gestione dell’emicrania non dipenda solo dall’arrivo di nuovi farmaci, ma dalla capacità del sistema sanitario di organizzarsi affinché ogni paziente riceva la cura giusta, nel posto giusto e al momento giusto.
Negli ultimi anni sono arrivate terapie innovative che stanno cambiando la gestione dell’emicrania. Quali opportunità offrono oggi ai pazienti campani e quali sono le prospettive future della ricerca in questo campo?
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una vera rivoluzione nel trattamento dell’emicrania.
Per la prima volta disponiamo di farmaci sviluppati specificamente per questa malattia, capaci di ridurre in modo significativo la frequenza e l’intensità degli attacchi e di restituire una buona qualità di vita, grazie alla loro elevata tollerabilità, a molti pazienti che in passato avevano poche alternative terapeutiche.
Anche in Campania queste terapie sono ormai una realtà e rappresentano un’importante opportunità per i pazienti con le forme più severe e resistenti, purché inserite in un percorso specialistico appropriato: la sfida dei prossimi anni sarà però andare oltre.
L’obiettivo non è soltanto sviluppare nuovi farmaci, ma comprendere sempre meglio i meccanismi biologici dell’emicrania per identificare biomarcatori che ci permettano di prevedere quale trattamento funzionerà meglio per ciascun paziente.
In altre parole, stiamo passando ad una medicina sempre più personalizzata, in cui ogni decisione terapeutica sarà guidata dalle caratteristiche del singolo individuo.
È questa la direzione verso cui si sta muovendo la ricerca internazionale e alla quale anche il nostro gruppo sta contribuendo.
Quale messaggio si sente di rivolgere alle migliaia di persone che in Campania convivono con l’emicrania senza rivolgersi a un centro specializzato, pensando che non esistano cure efficaci o che sia “normale” vivere con il dolore?
Il messaggio che vorrei trasmettere è semplice: l’emicrania è una malattia neurologica e, come tale, merita di essere diagnosticata e curata.
Non bisogna considerare normale convivere con attacchi frequenti che limitano il lavoro, la vita familiare o il tempo libero.
Oggi disponiamo di conoscenze e terapie che, nella maggior parte dei casi, consentono di ridurre in modo significativo il peso della malattia e, in molti pazienti, di cambiarne radicalmente il decorso.
Per questo è importante parlarne con il proprio medico e, quando necessario, rivolgersi ad un neurologo o ad un Centro Cefalee.
Chiedere aiuto non significa semplicemente cercare un farmaco, ma intraprendere un percorso di cura costruito sulle proprie caratteristiche e sui propri bisogni.
Il nostro obiettivo è che nessun paziente debba più pensare che soffrire di emicrania sia qualcosa con cui imparare a convivere: oggi, nella maggior parte dei casi, questa non è più la realtà.