Resistenza.Etimologicamente viene da re-stare cioè stare ancora, perseverare in una situazione, in un accadimento.
Ogni anno noi celebriamo la Resistenza partigiana, che non è re-stare, ma un movimento di liberazione. Come si colloca oggi questo binomio apparentemente contrastante di resistere cioè re-stare, e insieme di muoversi per liberare? Da cosa ci liberiamo e a cosa resistiamo?
I corsi e ricorsi storici sembrano suggerire la parabola nietzschiana di un eterno ritorno, tutto cambia per ritornare in qualche modo, si cambia per non cambiare diceva Tommasi di Lampedusa nel Gattopardo, e alla luce dei nostri tempi la storia attuale echeggia congiunture particolari che sembrano riportarci indietro. Da qui l’invito a resistere. Cioè a re-stare. Nella dimensione conosciuta, nei timori del passato, nelle disamine approfondite e sviscerate, nel già vissuto.Ma oggi è ieri?O c’è qualcosa adesso che potrebbe essere affrontato su una base diversa dallo storico re-stare?Se Resistenza è movimento di liberazione, potremmo spostarci su questa dinamica e riflettere sul senso profondo della parola libertà partendo da una prospettiva nuova, squisitamente individuale.Mi muovo da qui. Da una riflessione filosofica obbligata.La vita non resiste mai. La vita scorre. Anzi, quanto più ci opponiamo alla fluidità della vita tanto più si manifesta dentro di noi il conflitto e nasce l’ideologia, cioè qualcosa che poco ha a che fare con la vita e molto con le faccende di potere che isolano gli uomini e generano violenze e fondamentalismi. La vita scorre, non si può entrare due volte nello stesso fiume, diceva Eraclito.Perciò lancio una provocazione.Su quale luogo comune o su quale zona déja vu oggi vogliamo re-stare?Perché se la vita scorre e io re-sto, sto resistendo al cambiamento.E se resisto al cambiamento è perché non ho fiducia nella vita, non ho fiducia nel futuro, non ho fiducia nel panta rei e voglio costruire dighe e argini anche a costo di distruggere la fecondità del fiume, l’accoglienza dell’acqua, l’umanità che resta.Serve leggerezza, una sorta di leggerezza parmenidea napoletana, intessuta di ironia, creatività e giusto distacco per ereditare i valori partigiani della Storia e declinarli in modo nuovo che sia di ampio respiro, soprattutto vitale.Quella disperata vitalità di cui scriveva Pasolini. Non serve celebrare le memorie se quelle memorie non diventano carne e vita, se non sono permeate da un respiro autentico.E un monito alla libertà vivo parte prima di tutto da se stessi, un invito a non essere più spettatori di una Storia altra ma attori che lasciano andare un certo modo di pensare dove tutto è prevedibile, il passato ritorna e si resiste cioè si re-sta abbarbicati.Serve aprire gli occhi al nuovo e sviluppare inaspettate strategie creative.Serve scorrere con la vita, per ritrovare la ricchezza del sentimento, l’unico in grado di chiudere la porta al soffiare dei venti di guerra.Serve scorrere con l’acqua del fiume. Per ritrovare l’empatia che ci porta a comprendere chi ci sta accanto, e camminare i suoi passi senza giudizio.Serve credere ancora e avere coraggio. Per coltivare un’azione che parta da uno spazio di condivisione e non da un’ideologia.
Non serve irrigidire il cuore, re-stare.Ma andare controcorrente e provare ad amare.