Dal 26 marzo 2026, negli spazi della Al Blu di Prussia, la mostra “Un ritorno a un tempo” segna il ritorno a Napoli di Arcangelo, a cura di Maria Savarese. Un ritorno che non ha nulla di nostalgico, ma che si configura piuttosto come un attraversamento consapevole della propria storia pittorica, riletta alla luce di una maturità ormai pienamente acquisita.
Promossa dalla Fondazione Mannajuolo, l’esposizione si inserisce coerentemente nel programma della fondazione, da sempre orientato a rileggere figure decisive dell’arte contemporanea italiana. Tuttavia, nel caso di Arcangelo, il confronto non è soltanto storico-critico: è linguistico. La sua pittura, infatti, si sottrae alle tassonomie più consuete, rimanendo un unicum per tensione materica e radicamento simbolico.
L’articolazione della mostra in tre cicli evidenzia una linea di continuità più che una scansione cronologica. I dipinti dedicati a Pompei (1993) non sono semplici evocazioni archeologiche, ma superfici in cui la memoria si deposita come materia, stratificata e instabile. Le Madonne Addolorate (2022), di piccolo formato, introducono una dimensione quasi domestica del sacro, lontana da ogni iconografia celebrativa e piuttosto immersa in una sospensione emotiva. Con le Magnolie (2025), presentate per la prima volta, il discorso sembra aprirsi a una rarefazione dell’immagine, dove il dato naturale diventa pretesto per un’indagine più sottile sul colore e sul ritmo della pittura.
Il ritorno a Napoli, a oltre quarant’anni dalla sua ultima personale in città, non è secondario. La città agisce qui come dispositivo simbolico: un luogo in cui convivono archeologia e presente, religiosità e contraddizione, visibile e rimosso. Elementi che da sempre attraversano la ricerca dell’artista, ma che in questo contesto acquistano una risonanza più esplicita.
Formatosi tra Benevento e Roma, e attivo a Milano sin dagli anni Ottanta — dove insegna all’Accademia di Brera — Arcangelo ha costruito un percorso coerente, lontano dalle oscillazioni di mercato e dalle derive spettacolari del sistema dell’arte. La sua pittura resta ancorata a una dimensione primaria: quella del fare, del rapporto diretto con la materia e con il tempo.
Come osserva Maria Savarese, si tratta di una ricerca che continua a interrogare il presente senza rinunciare alla profondità della memoria. Ed è forse proprio in questa tensione — tra radicamento e apertura — che risiede la sua attualità.
“Un ritorno a un tempo” non è dunque una retrospettiva, né un semplice omaggio: è piuttosto un dispositivo critico che invita a leggere l’opera di Arcangelo come un campo di forze, in cui biografia, territorio e linguaggio si intrecciano senza mai risolversi definitivamente. Una pittura che non cerca risposte, ma insiste, ostinatamente, sulle domande.