Può una bambola cambiare lo sguardo sulla diversità?
Mattel prova a dare una risposta con la sua ultima novità: è la Barbie Autistica, una bambola sviluppata con il contributo diretto della comunità autistica. L’iniziativa si inserisce nel percorso avviato negli ultimi anni dal marchio, che ha progressivamente ampliato la propria collezione includendo bambole con diabete di tipo 1, con sindrome di Down e con cecità, con l’obiettivo di rappresentare una pluralità di esperienze e condizioni.
La Barbie Autistica non nasce per offrire una definizione dell’autismo, ma per rappresentarne alcuni aspetti attraverso scelte progettuali precise.
La bambola è dotata di articolazioni mobili a gomiti e polsi, che consentono movimenti come lo sbattere delle mani e lo stimming, un insieme di gesti che, per alcune persone dello spettro autistico, sono strumenti di autoregolazione e di espressione emotiva. Lo sguardo della Barbie è leggermente decentrato, un riferimento al modo in cui alcune persone autistiche possono evitare il contatto visivo diretto.
Gli accessori inclusi rimandano alla quotidianità di molte persone e famiglie coinvolte nello spettro autistico. Tra questi, uno spinner rosa con clip da dito realmente funzionante, pensato come supporto sensoriale per favorire la concentrazione e ridurre lo stress; un paio di cuffie antirumore rosa, utili per attenuare il sovraccarico sensoriale; e un tablet che mostra applicazioni di Comunicazione Aumentativa e Alternativa (CAA) basate su simboli, a supporto della comunicazione quotidiana.
Anche l’abbigliamento è stato progettato tenendo conto degli aspetti sensoriali. La bambola indossa un abito ampio a trapezio, viola con sottili righe, con maniche corte e una gonna fluida che limita il contatto del tessuto con la pelle. L’outfit è completato da scarpe viola con suola piatta, pensate per garantire stabilità e libertà di movimento.
Sul significato di questa iniziativa interviene Andrea De Rosa, papà di Lorenzo, bambino autistico, e scrittore, autore del libro Ti racconto il mio silenzio. «Da genitore di un bambino autistico – spiega – quando vedo un marchio enorme come Mattel parlare di questi temi attraverso un gioco, la prima cosa che penso è: finalmente certe cose diventano normali». Per molte famiglie, sottolinea, «cuffie antirumore, stimming, fidget, strumenti di comunicazione aumentativa non sono dettagli curiosi, ma la vita quotidiana».
De Rosa evidenzia anche l’importanza della collaborazione con la comunità autistica. «Il rischio, quando si parla di autismo, è che siano sempre gli altri a decidere cosa lo rappresenta. Lo spettro è enorme e ogni famiglia vive bisogni e difficoltà diverse. Questa bambola non può raccontare tutta la complessità, ma può trasmettere un messaggio semplice: esistono modi diversi di stare al mondo e meritano rispetto». Il valore, aggiunge, sta soprattutto «nel togliere vergogna e giudizio», rendendo familiari oggetti e comportamenti spesso fraintesi.
A questo si aggiunge il punto di vista di Daniela Costanzo, vicepresidente dell’associazione Guardateci negli occhi, da anni impegnata sui temi dell’autismo e dell’inclusione. «Da mamma credo che possa essere un’opportunità soprattutto perché si rivolge a una fascia di età molto giovane, dai due ai dieci anni», spiega. Un’età in cui, in assenza di un contatto diretto con la disabilità, si rischia di non essere preparati alla diversità.
«Può aiutare i bambini a capire perché un amichetto porta le cuffie, perché si copre le orecchie con i rumori forti, perché ha una stereotipia o un dondolio», osserva Costanzo. Le sue perplessità riguardano più il mondo adulto: «Non sempre i genitori sono pronti a rispondere alle domande. I bambini, su questo, sono spesso più avanti». Pur riconoscendo le diffidenze di alcune famiglie verso iniziative di questo tipo, conclude che «la Barbie Autistica resta uno strumento utile per costruire una società più preparata e consapevole. Più se ne parla, più strumenti abbiamo, più si compiono passi avanti verso l’inclusione».
E alla fine, forse, questo è il vero senso della bambola: non insegnare, non spiegare, non semplificare.
Ma mostrare che esistono modi diversi di vivere, di comunicare, di muoversi, di essere.
Una bambola che si muove con le mani, che indossa cuffie antirumore, che usa un tablet per comunicare, diventa così un piccolo invito: guardare alla diversità non come un limite, ma come una presenza quotidiana da riconoscere, rispettare e, passo dopo passo, accogliere.
E allora: può una Barbie cambiare lo sguardo sulla diversità?
Non lo sappiamo ma sicuramente il cambiamento più profondo comincia da un gesto piccolo e silenzioso: un bambino che gioca, un adulto che osserva per imparare insieme a vedere l’altro con occhi nuovi.
Occhi più profondi, occhi più vicini.