Babbo Natale e la Bellezza collaterale

Dicono che nei cieli passerà una slitta con una creatura elfica vestita di rosso che distribuirà i doni.

Dicono.

È Babbo Natale. Ma è qualcosa che si racconta per i bambini. È una favola, è irreale… Fa parte di un mondo fatato, fiabesco e magico che ci culla quando siamo piccoli e davanti alle luci dell’albero sappiamo ancora stupirci… Poi quando cresciamo e siamo adulti diventiamo cinici, crediamo soltanto a ciò che tocchiamo, serriamo il cuore e dimentichiamo.

Preferiamo la realtà a quelli che definiamo sogni.

Una realtà fatta di ambizioni, corsa sfrenata al consumo, paura della morte e disillusioni.

Via dalla fiammella della speranza, in fuga dall’irreale.

Ma infine… cos’è reale?

Tutte le mitologie, le leggende, le antiche tradizioni orali ci raccontano qualcosa di vero, qualcosa di sepolto dietro metafore, simboli e archetipi polverosi. Qualcosa che un tempo esisteva perché le porte tra i mondi non erano ancora chiuse e lo spirito interiore non si era ancora ristretto, striminzito fino a scomparire.

Era il tempo degli dei, di Gilgamesh, di Mitra, di Osiride e di Gesù Bambino.

Era il tempo delle slitte e di Babbo Natale, e l’elfo vestito di rosso era un essere divino che scorazzava nei cieli a portare la gioia e non solo ai bambini.

Quando gli dei camminavano insieme agli uomini, le leggende di oggi erano la Storia, e i miti antichi erano le vicende che erano accadute un tempo e che si tramandavano di voce in voce per conservarne la saggezza.

Poi ci fu la frattura. La scissione. La caduta dall’Eden. Come si racconta in tutti i miti antichi, dalla Bibbia, alla mitologia sumera…

Gli uomini dimenticarono la connessione divina e precipitarono nella materia più fonda.

Così il dio che si chiamava Babbo Natale divenne una favola per bambini e si preferì seppellire tutta l’antica conoscenza sotto la coltre dell’impossibile.

Fino a qualche decennio fa ancora esisteva lo spirito del Natale, si respirava nelle tavole frugali, negli occhi accesi, negli abbracci familiari, quando seduti intorno al fuoco, si celebrava la nascita del Fuoco interiore, custodito nel mondo Esseno dall’Arcangelo Michele.

Il 21 dicembre finiva il tempo di Michele, il tempo del Fuoco e iniziava il tempo dell’Arcangelo Gabriele, quello dell’Annunciazione, che annunciava il tempo del riposo, della notte invernale, quando il grande ciclo si fermava nel grembo della Madre prima di ricominciare a germogliare in primavera.

Nei piccoli paesi di provincia, nelle città c’era il culto religioso.

Non era il tempo dei regali consumistici, la fiammella accesa del divino ardeva nell’anima e la Nascita era il momento per ricordare, per risvegliare negli uomini l’anelito al Sacro.

Ma oggi cosa rimane dell’antico Natale?

Resta forse per chi è ancora credente il rito formale della Messa, ma lo spirito della Nascita sacra si è convertito nel grande acquisto.

Cenoni, fiocchetti, pacchetti e consumo, giri affannati al supermarket e sfilate per le strade addobbate di luci e lucette. Sfarfallio di colori ma senza calore.

Basterebbe fare silenzio.

Basterebbe dedicare un pensiero di tenerezza nel tran tran frenetico.

Basterebbe coltivare la bellezza collaterale, raccolta nel fango della noia e del viavai, e accendere la fiaccola nascosta.

Alzare gli occhi al cielo e contemplare lo spazio stellato.

Basterebbe stupirsi alla luce del sole interiore e fermarsi…

Per vedere di nuovo la slitta correre nei cieli, l’elfo dalla barba bianca…

Che abbraccia quella parte di noi dimenticata, l’unica viva nascosta sotto la coltre spessa della paura, della solitudine e dell’assenza d’amore.

Buon Natale

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