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Carnevale, giù la maschera

  • Chiara Tortorelli
  • Febbraio 7, 2025
  • 3:07 pm
  • La coccinella del cuore

L’unico modo per essere sinceri è indossare una maschera, diceva Oscar Wilde. E il tempo del Carnevale è un periodo particolare, di “sincerità”, dove si vive tutto quello che normalmente è nascosto sotto la coltre, al di là del comune limite.

Com’è possibile se ci si maschera?

Il Carnevale come tutti i riti iniziatici dei tempi antichi attraversa il punto liminale, il limen, cioè la soglia, in questo caso delle consuetudini sociali, si vive un tempo di follia e di sfrenatezza dove ci si lascia andare e come tutti i punti di confine segna il passaggio e il tempo della trasformazione.

Quindi il suo fulcro è nel coraggio di superare il limite e di attraversare la soglia.

Ci si traveste per trovare la forza di trasformarsi, in vista della rinascita e della Primavera.

Alcuni fanno risalire la parola Carnevale a “car navalis”, la nave sacra che veniva portata in processione su un carro, o a “carnes levare” (togliere la carne) o “carne vale” (carne, addio) che alludeva nel cattolicesimo al periodo di digiuno della Quaresima.

A Carnevale ogni scherzo vale si dice comunemente, e nel tempo delle maschere è lecito lasciarsi andare.

Ma perché ci si maschera?

La maschera è qualcosa di straordinariamente ricco a livello simbolico, un vero e proprio atto magico che permetteva nei tempi antichi di comprendere e di sperimentare lo spazio di apertura, dove era possibile aprirsi all’ignoto. Per questa connotazione nell’antichità la maschera era considerata “sacra” e costituiva un ponte col divino.

Spazio di ignoto, di mistero e di possibile dove fare sacro l’atto, cioè rendere sacra l’esistenza, permetteva di mettere da parte, almeno momentaneamente, la comune identità con cui normalmente ci rappresentiamo e ci auto rappresentiamo. Attraverso la maschera si poteva sperimentare la fluidità del vivere e comprendere come normalmente ci si cristallizza nelle modalità ristrette dell’ego.

La maschera era il limen, la soglia oltre la quale esisteva una dimensione di libertà al di là dei luoghi comuni. Vivere e vestire altri panni, mettersi nei panni degli altri che è un po’ come dicevano i nativi americani camminare quei passi che normalmente non si farebbero, rappresentava a livello iniziatico una sorta di catarsi.

Oggi di quell’antico spirito è rimasto molto poco.

La finzione, una finzione inconsapevole dove non ci si rende neanche conto di fingere, è diventata modus vivendi e la maschera aderisce perfettamente al volto nel gioco dell’identificazione al ruolo e all’immagine.

L’antico rito di un tempo è stato consegnato nelle mani dei bambini e solo a loro è concesso di vivere quello spazio di vuoto dove accade il possibile, dove ci si alleggerisce del peso dell’importanza personale e si coltiva la leggerezza, chiave di volta della felicità.

Quella leggerezza che non è superficialità, ma come diceva Calvino non portarsi pesi sul cuore, dovremmo poterla allenare tutti nel tempo del Carnevale, ci dovremmo mascherare perché il potere di una maschera è enorme.

Nello spazio di libertà del carne levare, quindi del dare meno peso agli attaccamenti, tutto può accadere, si può ricreare la vita e si può vivere il più forte atto trasformativo che è appunto quello di cambiare pelle rinascendo come l’araba Fenice. Attraverso il gesto simbolico del cambiare abito si attraversa il fiume di Caronte delle proprie paure, dei propri lati oscuri, quelle ombre e quelle aree proibite del vivere che sono macigni e ingombri alla felicità.

Attraverso lo schermo di una maschera potremmo liberarci di quelle maschere interiori che velano il Sé e che a volte diventano scudo e prigione, impedendoci di essere spontanei, liberi e autentici.

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