Doveva essere una festa.
Il ritorno di Tiziano Ferro sui palchi italiani, dopo anni complicati e una vita che nel frattempo è andata avanti, come succede a tutti. La prima data del nuovo tour – il 30 maggio allo stadio di Lignano Sabbiadoro (il 23 Giugno sarà al Maradona) – avrebbe dovuto parlare di musica, emozioni, canzoni che hanno accompagnato generazioni.
E invece no.
Sotto i video del concerto è andato in scena il solito processo social: Ferro è ingrassato, Ferro ha preso qualche chilo, Ferro non ha più il fisico di una volta, Ferro fai schifo.
Una sfilza di commenti feroci, inutili, cattivi. Gli stessi social che qualche settimana fa avevano preso di mira Arisa, colpevole stavolta dell’esatto contrario: essere dimagrita troppo e male. Insomma, sbagliata.
La verità è che sui social non vinci mai. Se ingrassi ti massacrano. Se dimagrisci ti interrogano. Se resti uguale un difetto per cui offendere uno poi lo trova.
E qui non stiamo parlando del (sacrosanto) diritto all’ironia. L’ironia è un’altra cosa. L’ironia fa ridere, fa riflettere, fa pensare.
Qui siamo nel territorio dell’insulto gratuito, del giudizio compulsivo, della necessità patologica di commentare il corpo degli altri, del body shaming morboso.
Il problema, chiaramente, non è Tiziano Ferro.
Tiziano Ferro ha 46 anni, canta, balla, tiene un palco per oltre due ore davanti a migliaia di persone.
È sotto i riflettori da anni e probabilmente possiede gli strumenti per gestire certe cattiverie. Forse.
Il problema sono quelli che leggono.
Perché in Italia oltre tre milioni di persone soffrono di disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Solo in Campania si stimano ogni anno circa 240 nuovi casi di anoressia nervosa e 360 nuovi casi di bulimia nervosa tra le donne. I casi sono aumentati enormemente negli ultimi anni e una parte significativa riguarda adolescenti e giovanissimi. Ragazzi che stanno costruendo la propria identità e che imparano a guardarsi allo specchio anche attraverso gli occhi degli altri.
Che cosa scatta nella testa di un tredicenne qualunque quando vede migliaia di adulti prendere in giro un uomo perché non ha l’addominale scolpito? Quale messaggio passa?
Che il valore di una persona si misura in chili.
Ed è qui che emerge quella che è una vera e propria malattia culturale del nostro tempo: la chilofobia.
Pensateci: se diciamo a qualcuno “ti trovo dimagrito” stiamo facendo un complimento. Se dicessimo “ti trovo ingrassato” scatterebbe immediatamente l’imbarazzo. Perché?
Perché abbiamo interiorizzato l’idea che meno peso equivalga automaticamente a più valore. Più salute. Più bellezza. Più successo.
Eppure sappiamo benissimo che non è così.
Sappiamo che esistono persone magrissime che stanno male e persone robuste che godono di ottima salute. Sappiamo che il benessere e la bellezza sono questioni infinitamente più complesse di un numero sulla bilancia. Eppure continuiamo a ragionare come se l’ago della pesa persona fosse diventato il giudice supremo dell’esistenza umana.
I social non hanno inventato questa ossessione.
L’hanno semplicemente amplificata.
Sono il megafono di una società che da anni confonde la salute con la magrezza, l’estetica con il valore personale, il corpo con l’identità. E quando queste idee finiscono nelle mani sbagliate diventano bombe.
Perché la chilofobia non è solo la paura di ingrassare.
È la paura di non essere abbastanza.
Abbastanza belli. Abbastanza magri. Abbastanza perfetti.
E quando una paura collettiva non viene gestita, produce danni collettivi.
Per questo il tema non riguarda soltanto Tiziano Ferro o Arisa. Riguarda tutti noi. Riguarda il modo in cui comunichiamo. Il modo in cui giudichiamo. Il modo in cui educhiamo le nuove generazioni.
Forse servirebbe una regolamentazione più seria delle piattaforme social. Sicuramente servirebbe una cultura digitale più matura. Una comunicazione che rimetta al centro la salute, il rispetto e la consapevolezza.
Perché un chilo in più dovrebbe restare esattamente quello che è: un chilo in più.
Non un’offesa.
Non una colpa.
Non una sentenza.
E forse, arrivati a questo punto, una domanda dovremmo avere il coraggio di farcela davvero.
Siamo sicuri che i social debbano essere utilizzati da tutti?
Perché serve la patente per guidare un’automobile. Un porto d’armi per possedere una pistola.
Per usare un megafono capace di raggiungere migliaia di persone, influenzare adolescenti, alimentare insicurezze e diffondere odio, invece, basta una connessione Internet e un account non verificato.
E forse è proprio questo il problema.
Il problema serio.