Ci sono luoghi dove si incontrano passato e presente, dove la tecnologia si apre alla dimensione umana e alla relazione, dove la creatività incontra il luogo e dove i luoghi ritornano vivi nella loro ricchezza peculiare.
Qui i paesi rinascono sotto le mani di una gioventù fattiva ed empatica che rifonda il concetto di comunità coniugandolo a un sociale visionario che porta i segni del domani.
È accaduto in provincia di Caserta, a Pugliano, dove la cooperativa “La strada”, guidata da Stefano Mancini, ha attivato un vero e proprio turismo sociale. L’abbiamo visita nel pellegrinaggio di San Francesco Caracciolo tra i paesi del casertano.
Con i ventisette ettari di terreno confiscati alla camorra i ragazzi della cooperativa, tutti tra i venti e trent’anni, hanno creato lavoro per i giovani del luogo come un tempo faceva la camorra, ma questa volta attraverso un’occupazione pulita e dignitosa capace di restituire speranza, senso e domani a tanti ragazzi della provincia meridionale troppe volte costretti a emigrare per costruire il proprio futuro.
Il loro è un nuovo modello economico, fiorente e inclusivo, davvero alternativo al modello dominante capitalista e competitivo.
Si parte dal basso, si parte dai concetti di collaborazione e cooperazione, poi si privilegia il rapporto umano utilizzando le tecnologie in modo intelligente e consapevole.
Stefano racconta l’iniziativa col cuore tra le mani e lo sguardo sul futuro: la cooperativa nasce in memoria di Antonio Landieri, il ragazzo disabile ucciso dalla camorra, e si occupa di integrazione, per ricreare in linea con i nostri tempi divisivi e poco attenti al senso comunitario il valore del collettivo e del fare insieme.
Quale è la ricchezza di questi luoghi?
La terra, come lo era Tara per Rossella di “Via col vento”.
E la terra è radice, appartenenza, albero, fioritura e seme rigoglioso.
È sporcarsi le mani insieme, innaffiare un reciproco sentimento umano, aiutarsi e collaborare.
Qui presso la cooperativa vengono tanti giovani portatori di handicap o di malattie mentali per ritrovare il senso della vita attraverso lo stare insieme. Non è una cura al sintomo ma un vivere oltre il sintomo, e integrare il malessere nel quotidiano attraverso quell’atto magico del fare che riporta il corpo e la psiche a uno stato di naturalezza.
L’appartenenza al luogo e il rapporto autentico con gli altri fanno il resto e restituiscono significato ed entusiasmo all’esperienza.
Qui si vive, non si sopravvive, si accoglie, non si rifiuta. Ci si allena a ritrovare lo spazio giusto per ciascuno, nel tempo dello stare insieme.
Qui vive un vero e proprio centro di recupero dei cosiddetti malati mentali, molto oltre la malattia, dove non si viene considerati malati ma persone. E in questo modo si declina in maniera autentica e profonda il vero senso dell’integrazione.
Qui molto lontano dal mondo virtuale disconnesso che invade le vite cittadine vive il fare corporeo.
E attraverso il fare, come diceva George Ivanovich Gurdijeff, il maestro della “Quarta via”, la via spirituale raccontata da Battiato nelle sue canzoni, si recupera l’Essere.
Chi sa fa, chi non sa insegna (Lao Tsu)