Debutta in prima assoluta, venerdì 10 luglio alle ore 21 alla Sala Assoli Moscato,per il Campania teatro Festival, lo spettacolo “Coralin alla fine muore”, scritto e diretto da Rossella Pugliese, che è anche interprete accanto ad Adriano Falivene. La messa in scena si arricchisce della partecipazione vocale di Flavio Insinna nel ruolo dell’avvocato Lorenzi, presenza che aggiunge una dimensione ulteriore al gioco drammaturgico tra voce e corpo.
Lo spettacolo si sviluppa in uno spazio chiuso e minimale, un loft spoglio attraversato da una tempesta notturna che diventa quasi un personaggio invisibile. In questo ambiente sospeso, due figure si affrontano in un confronto che scivola progressivamente dalla realtà al simbolico. Coralin è un’avvocata penalista brillante e spietata, abituata a muoversi tra colpa e difesa, potere e manipolazione, mentre Timoleone Copì appare come un uomo frantumato, consumato da un dolore che non trova argini e da un senso di colpa che lo perseguita.
Il rapimento iniziale di Coralin da parte di Timo apre un meccanismo narrativo che si trasforma rapidamente in altro rispetto a un semplice conflitto tra vittima e carnefice. Il loro incontro diventa infatti un campo di forze instabile, un rituale emotivo in cui ciascuno tenta di riscrivere la propria versione della verità, mentre i ruoli si sovrappongono e si ribaltano continuamente. La prigionia si trasforma così in uno spazio mentale prima ancora che fisico, dove identità e memoria si deformano.
Nel procedere della drammaturgia, la tensione non si risolve mai in una direzione univoca, ma si stratifica. Il confine tra giustizia e colpa, tra lucidità e ossessione, si assottiglia fino a diventare indistinto. È proprio in questa zona grigia che lo spettacolo trova la sua forza, costruendo un thriller psicologico che rinuncia alle certezze e mette in discussione ogni possibile lettura stabile dei personaggi.
Come sottolinea la stessa Rossella Pugliese nelle note di regia, il lavoro nasce dall’esigenza di esplorare la complessità delle relazioni umane quando controllo e dipendenza emotiva si intrecciano fino a diventare inseparabili. Lo spazio scenico, essenziale e quasi astratto, contribuisce a questa sospensione: pochi elementi, una finestra sprangata, tende che si muovono come presenze vive, un materasso, e un’atmosfera che oscilla tra realtà e percezione.
La regia costruisce un linguaggio in cui il corpo degli attori si muove tra naturalezza e deformazione, mentre suoni, vento, tempesta e improvvisi scarti acustici diventano parte attiva della narrazione. In questo sistema, nulla è soltanto ambientazione: ogni elemento contribuisce a rendere instabile la percezione dello spettatore, chiamato a confrontarsi con una storia che non offre risposte definitive.
“Coralin alla fine muore” si presenta così come un’indagine sul limite estremo dell’identità e della sopravvivenza emotiva, un percorso che attraversa il senso di colpa e il bisogno di riconoscimento fino a lasciare emergere la fragilità profonda dei suoi protagonisti. Un lavoro che non cerca consolazioni, ma insiste sulle fratture, sulle ambiguità e su ciò che resta quando ogni certezza viene meno.