San Valentino e Napoli.
Il santo e la città dell’amore.
Dicono che domani sia la festa del sentimento più desiderato, cercato, inseguito…
E dove viverlo se non nella città che da sempre, nelle sue canzoni, nelle sue poesie, nei suoi topoi, celebra l’amore?
Nel 1991 Massimo Troisi, con il fantastico “Credevo fosse amore e invece era un calesse”, ci raccontava l’impossibilità di ricondurre l’amore a una stretta categoria, di chiuderlo in un cassetto, altrimenti diventava “calesse”, e insieme ci faceva sorridere con i suoi paradossi.
Ma oggi dopo più di trent’anni dov’è l’amore?
Cos’è?
Possiamo ancora chiamare amore ciò che vediamo nelle relazioni attuali, a metà strada tra il possesso e la pretesa, il desiderio e l’aspettativa delusa, l’eros passionale dei primi tempi e il tradimento seriale, l’intimità sfiorata e il risentimento?
Nell’epoca liquida di Bauman anche l’amore è liquido e si consuma tra sparizioni e gosthing, tra stalking e ossessioni, tra narcisismi e impossibilità kafkiane.
Così che a un tratto accade. Accade l’inevitabile. L’amore si trasforma in odio, in vendetta, in violenza.
Alla prima frustrazione.
Al primo appuntamento mancato.
Al primo rifiuto subìto.
Al primo naufragare di un desiderio coltivato con cura.
Ed è stupro. Follia. Femminicidio.
A colmare i vuoti dell’anima. Quelli che nessun altro potrà mai colmare.
L’amor che move il sole e l’altre stelle, diceva Dante.
Il cuore è più grande di un bordello, scriveva Garcia Marquez.
Voi che per li occhi mi passaste ‘l core, poetava Cavalcanti.
Amor c’ha nullo amato amar perdona, ribadiva ancora Dante.
Ma di quale amore si tratta?
Non certo di quella parodia d’amore che a volte viviamo, che sa di tossicità e veleno.
Servirebbe qualcosa di diverso.
Una connessione con una parte di noi fondamentale, dimenticata.
Quel nucleo vitale che è amore a prescindere.
Che è fiamma di vita accesa e riconoscimento. Centratura e equilibrio.
Un tempo questa connessione si definiva sacra: era la presenza spaziosa che abitava il corpo, ed era ciò che restituiva senso all’essere vivi.
Si chiamava poesia, nasceva dal mistero, dall’irrazionale, dall’intuito, dalla magia che da sempre palpita nascosta dietro gli scontrini e i cerchi da far quadrare.
Una magia che ci ricollega tutti in una strana forma d’amore.
La fisica quantistica la chiama entanglement.
Allora dov’è l’amore?
Nel corpo di un altro?
Nella sua risposta?
Nella reciprocità?
Forse no.
Forse lo cerchiamo nei posti sbagliati, come faceva Mullah Nasreddin, un saggio turco dell’epoca del Tamerlano che un giorno perse una chiave in casa ma prese a cercarla in giardino, sotto un lampione, perché c’era più luce…
Forse bisognerebbe provare a cercare l’amore nel profondo di sé.
Nel silenzio, in un gesto gratuito, nella commozione e nella bellezza, in un sorriso spontaneo, nella verità e nella naturalezza. Nel rispetto, nel riconoscimento dell’uguale umanità che scorgiamo negli occhi di chi ci è accanto, nell’empatia, nell’apertura del cuore.
Nella meraviglia di essere vivi.
E allora, quando ci ricongiungeremo con questa forza possente non ci sarà bisogno di pretendere da un altro o estorcere a chicchessia una risposta al nostro bisogno disperato d’amore.
Accendendo la luce del cuore saremo finalmente vivi e scopriremo… che siamo fatti d’amore.
Buon San Valentino.