La lingua italiana non sta mai ferma.
Cammina, corre, inciampa sui social e ogni tanto si rialza con un neologismo nuovo di zecca.
Anche nel 2025 la Treccani fa il suo dovere: prende atto della realtà, la osserva sconsolata e la mette a dizionario. Perché se una parola la usiamo tutti, a un certo punto diventa ufficiale.
È la democrazia linguistica, bellezza.
Prendiamo “iconico”. Cinque anni fa nessuno la usava; oggi è ovunque, più del salmone sulle tartine del cenone di Capodanno. Tutto è iconico: una giacca, una foto sfocata, una litigata in TV, la nonna che gioca a tombola.
Le parole che cerchiamo su Google e che urliamo nei talk show raccontano il Paese meglio di mille sondaggi.
Non stupisce quindi che tra le parole dell’anno di quest’anno compaia pro-Pal, “chi sostiene la causa politica del popolo palestinese”.
Una parola entrata a forza nel dibattito pubblico, gridata nelle piazze, usata nei titoli, discussa, contestata, rivendicata.
Poi ci sono i maranza. Quelli che una volta chiamavamo semplicemente “tamarri”, ma che ora hanno una definizione certificata Treccani: giovani chiassosi, smargiassi, pronti ad attaccar briga e riconoscibili a distanza di sicurezza.
Cambia il nome, non l’atteggiamento. Evoluzione linguistica, involuzione culturale.
Dagli anni Novanta alle cronache di oggi: se una volta c’erano le “pasticche”, ora arriva la droga degli zombie, elegante denominazione giornalistica del fentanyl. Un termine inquietante, che sembra uscito da una serie TV ma purtroppo descrive una realtà molto meno fiction.
Dal lato più luminoso dello sport arriva invece ingiocabile, parola consacrata dalle imprese di Jannik Sinner: talmente forte che non ci puoi fare niente, puoi solo assistere e applaudire. Finalmente un neologismo che non deprime.
E per chiudere in bellezza, direttamente dal mondo dello spettacolo, ecco occhi spaccanti: occhi talmente belli da diventare un modo di dire, un meme e perfino un marchio registrato. Tra corna, audio rubati, vendette sentimentali e acchiappanza in formato Raul Bova, l’italiano si arricchisce di una nuova espressione. Perché nulla crea parole nuove come il caos umano.
Insomma: la lingua cambia, si adatta, si contamina. A volte fa ridere, a volte preoccupa, spesso racconta esattamente chi siamo.
La Treccani prende nota e noi continuiamo a parlare, urlare, commentare e litigare, convinti che le parole siano solo parole. Poi però finiscono nei dizionari, diventano serie, ufficiali, quasi rispettabili. Oggi dici pro-Pal, domani maranza, dopodomani occhi spaccanti senza nemmeno arrossire.
La lingua italiana non giudica: registra.
Non prende posizione, archivia. E mentre noi discutiamo del futuro del Paese, l’Italiano ci guarda e annota tutto, con aria severa.
Perché tra maranza e un audio compromettente, tra un campione ingiocabile e uno sguardo spaccante, l’unica cosa davvero certa è questa: il vocabolario sopravvive a tutti noi.
E spesso si fa anche una gran risata.