Un mosaico con scena erotica, restituito allo Stato italiano nel 2025 dopo decenni trascorsi in Germania, ha rivelato una storia più complessa del previsto. Quello che inizialmente sembrava un reperto proveniente dall’area vesuviana si è infatti rivelato appartenere a una villa romana situata nelle Marche. La scoperta è il risultato di una ricerca condotta dal Parco archeologico di Pompei insieme all’Università del Sannio, che ha permesso di ricostruire la vera origine dell’opera e di chiarire un vero e proprio “cold case” archeologico.
Secondo la ricostruzione del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, il mosaico fu portato via dall’Italia durante la Seconda guerra mondiale da un capitano della Wehrmacht. L’ufficiale, impegnato nella gestione dei rifornimenti militari nel 1943-1944, lo avrebbe successivamente regalato a un cittadino tedesco. Dopo molti anni, gli eredi del proprietario decisero di restituire il reperto all’Italia, consegnandolo nel luglio 2025.
Non conoscendo con certezza il luogo di provenienza, il Ministero della Cultura decise di affidarlo al Parco archeologico di Pompei, poiché lo stile e la tecnica sembravano compatibili con quelli dei mosaici rinvenuti nell’area vesuviana.
Le ricerche avviate successivamente hanno però ribaltato questa ipotesi. Analisi archeometriche realizzate con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie dell’Università del Sannio hanno suggerito che il mosaico fosse stato realizzato in area laziale e poi commercializzato in diverse regioni della penisola.
Un ulteriore passo decisivo è arrivato quasi per caso durante la presentazione pubblica del reperto nel 2025. L’archeologa Giulia D’Angelo, originaria delle Marche e oggi coautrice dello studio pubblicato sull’E-journal degli scavi di Pompei, ha riconosciuto elementi che rimandavano a un contesto marchigiano.
Le verifiche successive hanno confermato l’intuizione: il mosaico proviene da una villa romana situata a Rocca di Morro, frazione del comune di Folignano, in provincia di Ascoli Piceno. La presenza del manufatto in quell’area è documentata già alla fine del Settecento.
Un’ulteriore prova arriva da un taccuino manoscritto dell’Ottocento del pittore e archeologo ascolano Giulio Gabrielli, oggi conservato nella Biblioteca Comunale di Ascoli Piceno. Nel quaderno, databile intorno al 1868, Gabrielli disegnò il mosaico e ne descrisse la scena: un uomo che offre una borsa di denaro a una donna seminuda. L’autore interpretò l’immagine come il “congedo di un’etera” e annotò che il reperto era stato rinvenuto in un terreno appartenente alla famiglia Malaspina proprio a Rocca di Morro.
La ricostruzione della storia del mosaico dimostra come la tutela del patrimonio culturale non si limiti al recupero dei beni trafugati, ma richieda anche studio, analisi scientifiche e collaborazione tra istituzioni. Carabinieri, Ministero della Cultura, Parco archeologico di Pompei e università hanno lavorato insieme per riportare alla luce la vera provenienza dell’opera.
Per il territorio marchigiano si tratta di un tassello importante della propria memoria storica. L’amministrazione di Folignano ha già espresso l’intenzione di collaborare con Pompei per valorizzare il sito originario e promuovere iniziative culturali legate alla scoperta.
La ricerca ha inoltre evidenziato l’esistenza di una produzione specializzata di mosaici nell’area laziale, destinata a un mercato più ampio che comprendeva regioni come Marche, Campania e Puglia. Un dato che offre nuove prospettive sul commercio e sulla diffusione dell’arte musiva in epoca romana.
Il caso del mosaico dimostra come anche reperti apparentemente “fuori contesto” possano diventare chiavi fondamentali per comprendere la storia e i rapporti culturali dell’antichità, restituendo alla collettività un frammento della propria identità.