A Wimbledon c’è una domanda che ritorna ogni estate: è l’ultima volta? L’ultima volta di Novak Djokovic tra i protagonisti, l’ultima occasione per vedere un campione che il tempo dovrebbe aver già consegnato alla memoria. Eppure, puntualmente, succede il contrario come nella partita quella di ieri e la domanda cambia, non è più quando finirà, ma come faccia ancora a essere lì.
Il quarto di finale disputato ieri è stata la risposta più convincente, non una prestazione perfetta, anzi Djokovic ha sofferto, si è innervosito, ha discusso con l’arbitro per la chiusura del tetto del Centre Court, ha alternato momenti di brillantezza ad altri in cui sembrava vulnerabile. Ma è proprio nell’imperfezione che si è vista la sua grandezza.
Perché Djokovic non è il campione che domina sempre, ma è quello che accetta di attraversare il caos senza perderne il controllo.
Ogni volta che la partita sembrava poter sfuggire di mano, trovava un modo per rallentare il ritmo, cambiare inerzia, spostare il peso mentale dello scambio sull’avversario.
Non era soltanto tennis: era una partita a scacchi giocata a duecento chilometri all’ora: è questa la qualità che continua a renderlo unico.
A quasi quarant’anni il suo fisico non può più permettersi di essere dominante come dieci anni fa, allora interviene qualcos’altro: l’intelligenza competitiva. Djokovic legge gli incontri con qualche game di anticipo, intuisce quando accelerare, quando consumare le energie dell’altro, quando aspettare che sia l’avversario a cedere. È una forma di esperienza che non compare nelle statistiche, ma decide i grandi tornei.
La vittoria di ieri vale molto più di una semifinale conquistata e racconta un atleta che continua a reinventarsi senza tradire la propria identità. Mentre il tennis cambia volto e una nuova generazione prova a prendersi il palcoscenico, Djokovic resta lì, non perché sia ancora il più veloce o il più potente, ma perché possiede una qualità rarissima nello sport: la capacità di trasformare il tempo in un alleato.
Il tennis ama raccontare i nuovi fenomeni, ed è giusto così, ma ogni volta che sembra arrivato il momento di archiviare Novak Djokovic tra le glorie del passato, lui risponde con una partita come quella di ieri, perché continua a conoscere una strada che gli altri, nei momenti decisivi, faticano ancora a trovare.
La sua forza non è quella di chi non cade mai, è quella di chi riesce a restare lucido quando tutto intorno diventa rumore.
Ed è forse questa, ancora più dei record e dei trofei, la vera eredità che Djokovic lascerà al tennis: aver dimostrato che il talento può aprire una carriera, ma è la mente a renderla eterna.