È indisciplinato, irriverente e soprattutto, senza confini: né quelli tra sé e il pubblico, né quelli tra il teatro e la realtà. Se c’è la possibilità che Amleto annoi, quello di Filippo Timi che lo mette al quadrato – Amleto2 – ma lo potrebbe anche centuplicare tanto è vario, frastagliato e scomposto, in scena al Bellini di Napoli fino a domenica 7 dicembre, la noia la sconfigge prima ancora che si apra il sipario.
Innanzitutto perché il testo shakespeariano è un pretesto, il contenitore della tragedia classica per eccellenza che diventa il teatrino di un dramma pop sotto tutti punti di vista: frullatore di icone – il sipario lo apre un’improbabile Marylin che scommette di vincere l’Oscar se troverà parcheggio nel parco di casa – e destrutturatore di trame che Timi non riesce proprio a vedere già scritte, perché qua non c’è un deus ex machina ma un dio del palcoscenico narcisista e capriccioso, mammone e bisessuale, per il quale la tragedia non è la morte di tutti i personaggi, ma la prigione in cui la vita stessa vuole ingabbiarlo.
Prodotto da Teatro Franco Parenti e Fondazione Teatro della Toscana, Amleto2 è firmato, diretto, interpretato da Filippo Timi che è affiancato da una riuscitissima squadra di comprimari: Marina Rocco è Marylin (l’unica che non muore: ma come si fa a uccidere il mito della dumb blonde?), Elena Lietti la povera Ofelia in vesti pre-rafaelite scacciata a calci con la musica di Battisti; Lucia Mascino una Gertude che si mette a gambe larghe sul trono per prepararsi all’atto anale (e lui la va chiamando puttana ogni cinque minuti, mentre lei si fa un vanto del tradimento). Accanto a loro i giovani e bravi Gabriele Brunelli e Mattia Chiarelli.
Dopo quindici anni che lo porta in scena, Timi lo ripropone con tutta la forza di cui è capace un attore straordinario come lui: un monellaccio della scena, uno che ci piomba dentro con la sua voce calda e profonda, e che ci resta restituendoci il Truman show della tragedia, con un Grande Puffo che balla sul trono di Amleto quasi fosse il Gabibbo, quasi fossimo a Striscia la notizia, quasi fossimo sotto il cielo di carta del Fu Mattia Pascal.
Eccolo, allora, il senso del teatro di Timi, che è un circo dove ci siamo tutti dentro, ammaestrati a interpretare qualcosa o qualcuno che non abbiamo scelto di essere, e perciò ci ribelliamo, con ironia e ipertrofizzando ogni cosa: la regina scorreggia incessantemente, Ofelia bacia a zecca, Amleto è quello che è, tutto e il contrario di tutto. Contemporaneo? Certo. Come può esserlo un TikTok, un post Facebook, un pazzo che gioca con se stesso e col mondo. Bisogna vederlo, partecipare, allungarsi oltre le sbarre che il regista-attore mette sul palco e scala per sconfiggerle. Bisogna partecipare, perché Filippo Timi è uno degli ultimi, grandissimi interpreti del teatro italiano, e si mette in gioco, non solo per divertirsi lui, là sul trono, ma per dirci che siamo tutti diversi, tutti afflitti, tutti ingrippati, ma tutti con la possibilità di ridere insieme ancora.