Entrare ne Gli aspetti irrilevanti di Paolo Sorrentino e Jacopo Benassi (Mondadori, 2025, 288 pagine) è come varcare la soglia di una mostra d’arte contemporanea: le pareti sono fatte di parole, i volti di carta e d’inchiostro, le emozioni di luce e ombra. Il regista premio Oscar, maestro nel trasformare l’immagine in racconto, qui rovescia il processo: parte da fotografie – quelle potenti e imperfette di Jacopo Benassi – per generare un universo di storie, un mosaico di vite che si compongono e scompongono sotto lo sguardo del lettore.
Sorrentino osserva i ritratti di Benassi senza conoscerne nulla: né i nomi, né le vite, né i destini. Eppure, con il suo inconfondibile stile – elegante, ironico, spietatamente empatico – immagina per ciascuno un’esistenza, una possibilità, una contraddizione. Nascono così miliardarie e portinaie, scienziate e camorristi, cantanti e amanti solitari, tutti accomunati da un tratto semplice e universale: sono vivi, e come ogni vita portano dentro di sé l’alternanza tra la luce e la caduta, la grazia e il disincanto.
Il libro è un “people watching” letterario, un esercizio di immaginazione e pietas. Dove altri vedrebbero solo volti anonimi, Sorrentino coglie l’invisibile, trasforma un dettaglio – una piega del sorriso, un’ombra sotto gli occhi – in racconto. Ogni pagina diventa una istantanea in movimento, un ritratto che si anima, parla, si confessa. Il suo linguaggio, denso e musicale, restituisce il ritmo di una commedia umana che ondeggia tra l’ironia e la malinconia, il paradosso e la verità.
Benassi e Sorrentino costruiscono così un dialogo tra fotografia e scrittura: l’uno fissa l’attimo, l’altro gli restituisce il respiro. Le foto, in bianco e nero, trovano nelle parole una nuova dimensione cromatica; le parole, a loro volta, sembrano illuminate dal flash di un’emozione improvvisa.
Il risultato è un caleidoscopio di vite, una galleria di umanità che non si trasforma mai in semplice personaggio di carta. In ognuno di quei volti — scavati, imperfetti, ironici, feriti — si riflette qualcosa di noi: le nostre paure, le nostre vanità, le nostre fragilità, ma anche la grazia inconsapevole che ci abita quando non fingiamo di essere altro da ciò che siamo.
Le fotografie di Benassi, attraversate dallo sguardo a tratti pornografico di Sorrentino, diventano specchi narrativi: immagini che non si limitano a essere guardate, ma che ci guardano indietro, ci interrogano, ci costringono a una forma di intimità involontaria. Sono foto che si leggono, e che a loro volta leggono il lettore, invitandolo a riconoscersi nei dettagli minimi — un’ombra, una piega del labbro, un’occhiata sfuggente — che raccontano molto più di mille parole.
Così, mentre seguiamo le vite immaginate da Sorrentino, impariamo — quasi senza accorgercene — a leggere anche noi stessi, a scorgere negli altri quella parte di vulnerabilità che ci accomuna. E forse, proprio per questo, a giudicare un po’ meno, a guardare con maggiore indulgenza, a comprendere che dentro ogni vita, anche la più assurda, si nasconde una storia che avrebbe potuto essere la nostra.
Sorrentino, come nel suo cinema, ci invita a guardare da un’altra prospettiva: quella in cui l’esagerazione diventa verità, l’apparenza rivela l’intimità. E nel farlo, con la sua consueta grazia feroce, ci pone una domanda che resta sospesa fino all’ultima pagina:
“Cosa racconteremmo di noi, se da soli guardassimo la nostra foto in bianco e nero?”
Un libro che non si legge soltanto: si osserva, si ascolta, si contempla.
Come una mostra che continua a parlare anche quando si spengono le luci.