Il rischio che Geolier l’offuscasse c’era, e anche quello che all’Arena Flegrea alle 20.30 di un caldissimo sabato di giugno non ci si arrivasse mai.
Ma nel bellissimo teatro all’aperto della mostra d’Oltremare eravamo in tanti, tantissimi, a fare “remember yesterday” con la colonna sonora della nostra adolescenza e il rapper l’abbiamo ignorato caldamente (è il caso di dirlo) mentre noi, assieme ad altre 5mila persone, saltavamo in piedi a osannare Gloria Gaynor in “Legendary Night”. La star di “I will survive” è comparsa malandata sul palcoscenico, quasi claudicante, a braccetto di un omone con tanto di occhiali scuri, il cui nome ci sfugge ma che ha duettato con lei in qualche canzone, in quella che è stata l’unica data italiana per un evento organizzato con l’Orchestra del Teatro di San Carlo diretta dal maestro Maurizio Agostini, quasi al completo.
Venti canzoni, tutti a saltare per il suo supersuccesso mondiale che negli anni Ottanta le valse il primo Emmy (il secondo, molto più recente, nel 2020, per l’album di gospel “Testimony”) e si può dire che Gaynor a 82 anni sia un’intramontabile star, capace come poche di unire un pubblico trasversale. Per età sicuramente, perché quelli che negli anni ’80 erano ragazzi, l’hanno ascoltata con emozione, quando spiegava ogni brano nel suo americano pulito, sforzandosi di parlare anche un po’ italiano – e molto spagnolo qua e là – ma anche per “classe” sociale se così si può dire, perché all’Arena c’era anche il pubblico del San Carlo, e l’esperimento del sovrintendente Fulvio Adamo Macciardi di aprire alla musica popolare è risultato vincente.
E poi Gloria Gaynor rappresenta un’epoca che, forse, oggi non c’è più. Quella della disco dance, certo, ma anche dell’America del gospel che insegna a condividere e ad accogliere l’amico della porta accanto. Quella del riscatto personale che oggi cede il passo alla violenza xenofoba e al fucile al posto della musica.
Grazie al San Carlo per avercela portata, e a Gloria Gaynor per averci ricordato che chi ha un sogno nel cuore, può ancora farcela.