Fabrizio Corona è tornato. O forse non se n’è mai andato.
Questa volta lo fa con Falsissimo, un format a metà tra l’inchiesta morale e il canale YouTube dai toni tardo-adolescenziali, dove l’indignazione si mischia con i like.
Video su video, rivelazioni su rivelazioni, nomi buttati nel tritacarne mediatico con quell’effetto virale che tanto ci eccita e ci rassicura: indignarsi costa poco, capire molto di più.
Secondo Corona, il “sistema” televisivo sarebbe un enorme teatrino di ipocrisie, relazioni segrete, orientamenti sessuali sussurrati e moralismi di facciata. Il web esplode, le querele piovono, i divieti di pubblicazione si moltiplicano. E il pubblico, come sempre, si divide.
C’è chi vede in Corona il nuovo Masaniello della TV: l’uomo solo contro il potere, il giustiziere che osa dire ciò che “tutti sanno ma nessuno dice”. E c’è chi, all’opposto, lo considera per quello che probabilmente è: un influencer della polemica, abilissimo a trasformare la macchina del fango in engagement, hype e monetizzazione.
Il punto, però, non è solo Corona.
Il punto è che da questa storia esce un’Italia parecchio confusa.
Confusa perché stiamo mescolando il diritto di cronaca con la diffamazione, come se fossero sinonimi. Il diritto di cronaca è raccontare fatti veri, verificati, di interesse pubblico, con continenza e responsabilità. La diffamazione è tutt’altro: è sparare accuse, insinuazioni o dettagli privati senza prova, senza utilità sociale e senza rispetto per le persone coinvolte. La differenza non è sottile: è giuridica, etica e culturale. Ma nel frullatore dei social sembra essersi dissolta.
E poi c’è un’altra confusione, forse ancora più grottesca: quella tra reato e vizietto. Se una persona ci prova con un’altra persona, non è automaticamente un crimine. A volte è solo un’avance maldestra. A volte è semplicemente – per dirla in modo poco elegante ma tremendamente efficace – una “rattusata”. Criminalizzare tutto non rende la società più giusta: la rende solo più isterica e incapace di distinguere.
Corona esiste perché esiste un Paese confuso, arrabbiato, frustrato. Un Paese che ha bisogno di un bersaglio contro cui urlare, contro cui lanciare odio dietro una tastiera. Corona diventa così il portavoce perfetto di questo malessere: sguaiato, eccessivo, moralizzatore a giorni alterni, sempre pronto a indicare il colpevole del momento.
Il “sistema televisivo”, come lo descrive Corona, è in realtà lo specchio di un sistema lavorativo e culturale malato. Un sistema che premia il corpo più della competenza, lo scandalo più del contenuto, l’addominale più del pensiero. Ma attenzione: quel sistema non cade dal cielo. È alimentato da legislatori distratti, famiglie stanche e spettatori pigri.
E bisogna dirlo: dentro quel sistema ci siamo tutti noi.
Se non vogliamo reality trash fatti solo di muscoli, basta non guardarli.
Se non vogliamo giovani disposti a tutto per un posto davanti alla telecamera, insegniamo ai figli il valore della cultura e dello studio senza sconti e scorciatoie.
Un sistema è sempre la somma di domanda e offerta. E noi non siamo solo il pubblico: siamo la domanda.
Riempire i teatri, sostenere chi sa davvero fare spettacolo, riportare al centro delle nostre scelte il talento, boicottare contenuti idioti: tutto questo è già una scelta politica. Silenziosa, ma potentissima.
Io credo in una rivoluzione culturale che parta dal basso. Solo così Corona e tutto il carrozzone potranno finalmente stare dove meritano: ai margini di una società che pretende artisti veri e giornalisti preparati, non urlatori con il cellulare puntato.
E magari, per una volta, spegneremo Falsissimo per tornare a cercare qualcosa di autentico.
Per far lavorare nel mondo dello spettacolo chi lo spettacolo sa veramente farlo.