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Il voto è un muscolo (e in Italia siamo fuori allenamento)

  • Giovanni Salzano
  • Giugno 10, 2025
  • 10:35 pm
  • Società

Dunque, l’8 e il 9 giugno si è votato. 

O meglio, si poteva votare. In teoria. 

Perché in pratica, in Italia si è verificato l’ennesimo miracolo all’incontrario: milioni di schede elettorali rimaste immacolate, come le tovaglie buone del corredo, chiuse nei cassetti delle urne. 

A testimoniarlo non sono le chiacchiere da bar ma i dati ufficiali del Ministero dell’Interno: l’affluenza in Italia è stata del29,85% .

La provincia con l’affluenza più alta è Firenze (46,0%), seguita da Torino (39,3%), Milano (35,4%), Roma (34,0%) e Napoli (31,8%). La provincia con l’affluenza più bassa Bolzano, dove ha votato appena il 15,9% degli elettori.

Sì, avete letto bene: meno di un terzo degli aventi diritto ha deciso che non fosse il caso di prendersi dieci minuti per esprimere un’opinione su temi come i licenziamenti, i subappalti, la cittadinanza e i contratti precari. Evidentemente troppo impegnati a votare sui sondaggi su Instagram.

Ora, attenzione: il problema non è chi ha votato No.

Anzi, viva chi vota in dissenso, viva il pluralismo, viva il diritto di dire “non sono d’accordo”.

Nemmeno mi preoccupa quella quota di cittadini che ha scelto consapevolmente di non votare (per evitare il raggiungimento del quorum) perché in disaccordo con la formula del referendum o con i suoi contenuti.

Il problema serio è quella massa silenziosa, distratta, che non ha votato semplicemente perché “non gliene frega niente”. 

La democrazia? Una rottura.

Il voto? Che palle. E allora via, dritti verso il Lido Mappatella che almeno ci abbronziamo.

Il voto non è un favore che si fa allo Stato, è un investimento su noi stessi. 

Il referendum non è passato e va bene così ma la vera sconfitta è il disinteresse, la disaffezione alla res –pubblica.

Perché quando meno del 30% dei cittadini decide di votare su questioni cruciali, non abbiamo solo un problema politico. 

Abbiamo un problema culturale e un problema culturale non lo risolvi con uno spot motivazionale alla domenica pomeriggio o con qualche post su TikTok.

Lo risolvi educando.

Seriamente. Continuamente. A partire dalle scuole.

Mi è capitato di incontrare diversi diciottenni nei giorni precedenti al voto. Ragazzi intelligenti, svegli, connessi con mezzo mondo – eppure completamente scollegati da ciò che stava accadendo sotto casa loro. Non sapevano nulla del referendum. Niente. Zero. Nemmeno che ci fosse. E questa non è solo una lacuna, è una falla pericolosa. Perché se a diciotto anni non ti accorgi nemmeno che si vota, allora vuol dire che stiamo consegnando il volante della democrazia a una generazione che non ha mai fatto neanche una guida in autoscuola.

Serve potenziare l’educazione civica, davvero. Non come materia di serie B, non come riempitivo, ma come strumento per formare cittadini.

Serve spiegare ai ragazzi che il voto è potere. Che mettere una X è un gesto che può cambiare la realtà più della miglior petizione su Change.org.

Che i referendum non sono quiz complicati, ma occasioni per dire la propria su questioni fondamentali.

E allora sì, che si cominci dalle scuole superiori, con docenti formati, programmi seri e magari anche qualche simulazione di voto che renda tutto meno astratto. Perché se un ragazzo sa cosa significa esprimere un diritto, sarà molto più difficile che da adulto lo butti via con leggerezza.

Il voto è un muscolo: se non lo usi, si atrofizza.

Se non lo insegni, si dimentica.  Se non lo valorizzi, lo perdi.
E senza voto, signori, non c’è democrazia che tenga: siamo semplicemente cittadini in panchina, mentre qualcun altro gioca – e decide – al posto nostro.

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