Dopo anni di discussioni, dossier, consultazioni e – inutile negarlo – parecchie forchettate di degustazione, l’Unesco ha finalmente proclamato quello che ogni nonna italiana sostiene da decenni: la nostra cucina è patrimonio dell’umanità. E a leggere la motivazione, viene quasi voglia di appendere una targa in cucina: “Pratica quotidiana che comprende conoscenze, rituali e gesti che creano un’identità socio-culturale condivisa, creativa, artigianale, variegata nel tempo e nei territori.”
Tradotto dal linguaggio Unesco : non è solo cucinare, è un modo di stare al mondo.
L’Unesco , con grande forza, riconosce che la cucina italiana non è fatta solo di ricette, ma di saperi conviviali e sociali. Insomma: non basta saper fare la Genovese, bisogna anche saper parlare con chi sta accanto a tavola, ascoltare la zia che racconta per la quarantasettesima volta “quando a Napoli non c’era niente”, e vivere la cucina come un rito collettivo capace di unire generazioni, province, dialetti e tempi di cottura.
Il riconoscimento arriva al termine di un processo lungo e partecipato dalle comunità di tutta Italia, impegnate a dimostrare che ogni piatto, ogni pentola e ogni gesto raccontano un pezzo del Paese.
E se c’era un dubbio, ecco che l’UNESCO conferma: apertura, ospitalità, creatività e sostenibilità sono gli ingredienti segreti della cucina italiana.
E adesso, dopo la parte seria, passiamo alle vere, imprescindibili, scientificissime “Procedure Ufficiali della Cucina Tradizionale (soprattutto napoletana)”, quelle che l’UNESCO sicuramente avrà tenuto in considerazione – anche se non lo diranno mai apertamente.
Il mestolo, ad esempio.
Nella cucina italiana – e soprattutto in quella napoletana – è un oggetto polivalente: mescola il sugo, controlla la cottura, ma soprattutto educa i figli. Generazioni di madri lo hanno brandito come una spada laser della pedagogia domestica: «Hai fatto tardi? Ah, mo’ che viene tuo padre, senti…». Naturalmente poi il padre arrivava, si sedeva, chiedeva “che c’è da mangiare?” e finiva tutto lì. Ma questa è un’altra storia.
Scommettiamo che, nella valutazione, i commissari abbiano assaggiato almeno una volta il pane fresco spezzato rigorosamente con le mani, mentre il ragù “pippea” (per i non iniziati: bolle lentamente con dignità) e la casa profuma di festa, infanzia, pomeriggi lunghi e cugini di cui non hai mai capito il grado di parentela.
Dopo una cosa del genere come fai a non dare un premio?
E che dire della tazzulella ’e cafè?
Non è una semplice pausa: è un micro-contratto sociale. A Napoli il caffè si offre, si riceve, si accetta anche quando si è già bevuto e si lascia “sospeso”, come ricordava Luciano De Crescenzo, per chi verrà dopo e forse una pausa non se la potrebbe permettere. È antropologia liquida. È un Piccolo Gesto Patrimonio dell’Umanità.
Il cibo, poi, è filosofia pura. A tavola l’italiano medio non mangia: interpreta il mondo. E lo fa attraverso proverbi culinari che valgono come trattati di metafisica: “Il polpo si cuoce con la propria acqua” (autodeterminazione stoica), oppure, per indicare una situazione completamente rovesciata, “A carne ‘a sotto e ’e maccarune ’ncoppo” (Kant, chi?).
La cucina è una scuola di pensiero, è filosofia pura: l’Accademia di Platone in confronto è un brunch triste in un bar della periferia di Bruxelles.
E se oggi lo street food spopola ovunque, ricordiamo che a Napoli lo avevano già inventato da secoli: la pizza a portafoglio, piegata e mangiata al volo, regina della portabilità, e la frittata di maccheroni, nata dal principio cardine della sostenibilità: non si butta niente. Altro che street food: questa era street life. E funziona ancora.
Con questo riconoscimento l’Unesco non ha solo premiato la cucina italiana: ha premiato i suoi gesti, le sue storie, i suoi riti quotidiani e quella capacità tutta nostra di trasformare anche una semplice pentola che bolle in un atto culturale.
Mentre l’Italia festeggia, nonna prepara il ragù, il nonno gioca a tombola con i fagioli crudi e qualcuno urla dalla cucina: «Dove sta il mestolo?».
E anche in questo caso non si sa mai se serva davvero per cucinare o per educare un figlio che non vuole fare i compiti.