Quando si apre Di memoria e di oblio di Alice Rivaz si ha la sensazione di entrare in una stanza silenziosa dove qualcuno ha lasciato accesa una piccola lampada. Non è una luce abbagliante. È una luce discreta, ma sufficiente per vedere cose che prima erano rimaste nell’ombra.
Il titolo è già una soglia simbolica. Memoria e oblio. Due forze antiche quanto l’essere umano. La memoria è il fiume che raccoglie ciò che abbiamo vissuto; l’oblio è la terra che lentamente lo assorbe. Non sono davvero opposti. Sono, piuttosto, due movimenti della stessa vita: trattenere e lasciare andare, ricordare e perdere, custodire e smarrire.
La scrittura di Alice Rivaz sembra nascere proprio da questo confine fragile.
Nelle prime pagine una coscienza si risveglia come da un sogno inquieto. Una donna si accorge all’improvviso di avere dimenticato una creatura che dipendeva da lei. Non per crudeltà. Per distrazione, per stanchezza, per quella specie di nebbia che a volte cala sulla nostra vita quotidiana. È una scoperta che brucia dentro. Come quando si entra in una stanza e ci si accorge che qualcosa di vivo è rimasto troppo a lungo senza attenzione.
In quel momento il lettore comprende che questo libro non racconta soltanto delle storie. Racconta il delicato filo che lega gli esseri umani alla responsabilità di vedere l’altro.
Le figure che abitano questi racconti sembrano provenire da un luogo che la società preferisce non guardare troppo a lungo. Una lavandaia che consuma la sua forza tra acqua e fatica. Una donna che attraversa la notte per distribuire giornali e tornare a casa con pochi soldi. Persone sedute su un treno con le loro vite silenziose. Piccole esistenze che scorrono accanto alle nostre senza lasciare traccia apparente.
Ma Alice Rivaz sa una cosa antica:
che le vite umili custodiscono spesso una verità più profonda delle vite celebrate.
Per questo la sua scrittura non alza mai la voce. Non giudica, non spiega troppo. Osserva. Ascolta. Attende. È una scrittura che cammina piano accanto ai suoi personaggi, come si cammina accanto a qualcuno che porta un peso invisibile.
E così, pagina dopo pagina, accade qualcosa di sottile. Il lettore comincia a sentire che memoria e oblio non appartengono soltanto ai personaggi. Appartengono anche a noi.
Quante persone attraversano la nostra vita senza che ce ne accorgiamo davvero?
Quante presenze diventano invisibili semplicemente perché nessuno si ferma a guardarle?
Quante cose dimentichiamo mentre continuiamo a vivere come se nulla fosse?
La letteratura, in questo libro, appare come un gesto arcaico e necessario: ricordare per un momento ciò che il mondo sta dimenticando.
Nata nel 1901 in Svizzera e vissuta a lungo a Ginevra, Alice Rivaz ha attraversato il suo tempo osservando con attenzione la vita delle persone comuni, soprattutto di quelle che la storia non nomina. Nei suoi racconti c’è una forma di giustizia silenziosa: dare parola a chi rischia di scomparire nell’ombra.
Leggere Di memoria e di oblio è come attraversare un piccolo bosco al crepuscolo. All’inizio si vedono solo sagome indistinte. Poi, lentamente, gli occhi si abituano alla penombra e cominciano a emergere dettagli: un volto, un gesto, una solitudine, una dignità nascosta.
Quando si arriva all’ultima pagina si ha la sensazione di aver ascoltato molte vite che parlavano a bassa voce.
E si comprende qualcosa di semplice e prezioso:
la memoria non serve soltanto a conservare il passato.
Serve a tenere vivo lo sguardo sul mondo.
Perché ciò che dimentichiamo troppo facilmente, persone, gesti, fragilità, è spesso proprio ciò che rende umano il nostro cammino.
Di memoria e di oblio, Alice Rivaz – Traduzione di Alberto Panaro e Grazia Regoli – Paginauno Editore – pp. 146 – 18,00