Ilaria Sagaria, attraverso immagini sospese tra realtà e dimensione simbolica, indaga la fragilità, l’identità e la memoria, costruendo un dialogo profondo tra fotografia, pittura e storia dell’arte. La sua ricerca, caratterizzata da una forte attenzione alla luce e alla composizione, attraversa temi come il femminile, il dolore e la trasformazione, restituendo ai suoi soggetti una dimensione intima e universale. In questa intervista l’artista racconta il rapporto con Napoli, il valore etico dell’immagine e il percorso che ha portato alla nascita dei suoi progetti più significativi.
Iaria Sagaria collabora con una sua opera alla tredicesima edizione del Premio per la Responsabilità Sociale “Amato Lamberti”.
In che modo la complessità visiva di Napoli ha influenzato la Sua sensibilità pittorica e l’uso della luce nei Suoi scatti?
Più che un luogo specifico, credo che a influenzare il mio sguardo sia stato il rapporto con la pittura e con la storia dell’arte. Prima di dedicarmi alla fotografia dipingevo, ed è proprio attraverso la pittura che ho sviluppato una particolare attenzione per il colore e per la luce.
In questo interesse credo possa inserirsi anche il legame con Napoli: una città di forti contrasti, costantemente sospesa tra luce e ombra, bellezza e fragilità, sacro e profano. Questo dualismo ha probabilmente influenzato il mio modo di guardare il mondo ed è diventato una sorta di linea sottile che attraversa tutta la mia ricerca: quella tensione continua tra poli opposti che non si escludono, ma cercano di convivere.
Come riesce a bilanciare la ricerca estetica della fotografia d’arte con l’urgenza etica di denunciare realtà sociali così dure?
Non tutti i miei lavori hanno questo intento. Sicuramente Il dolore non è un privilegio, il progetto fotografico che racconta la violenza tramite acido sulle donne, è il lavoro che meglio rappresenta questa urgenza.
In generale, per me la ricerca estetica non è mai un fine in sé, ma uno strumento per rendere visibili emozioni e riflessioni profonde. Ogni progetto nasce da un’urgenza interiore, dal bisogno di dare forma a pensieri che, attraverso un lungo processo di sedimentazione e ricerca, diventano racconto visivo.
Anche quando affronto temi che riguardano gli altri, parto sempre da una dimensione personale, perché credo che sia proprio nell’autenticità dello sguardo che un’immagine possa creare empatia e stimolare una riflessione sul reale.
Nel progetto Crisalidi, incentrato sull’isolamento adolescenziale, quali sono state le sfide principali nel tradurre in immagini stati d’animo così intimi?
Crisalidi racconta la spensieratezza e la magia dell’adolescenza, ma anche quell’acerba e sottile inquietudine che spesso si nasconde dietro questa fase della vita.
La sfida più grande è stata trovare un equilibrio tra costruzione e spontaneità. Le mie immagini sono spesso frutto di una messa in scena molto accurata, ma il mio obiettivo è sempre quello di eliminare tutto ciò che è superfluo per lasciare emergere qualcosa di autentico.
Per questo cerco quei momenti in cui la persona ritratta abbassa le difese, durante una pausa o uno scatto di prova: sono gli istanti in cui la finzione si dissolve e affiora una verità emotiva capace di raccontare anche gli aspetti più fragili dell’esperienza umana.
La figura femminile è il fulcro della Sua produzione: quali sono gli stereotipi e i canoni estetici che sente il bisogno più urgente di scardinare?
Più che contrappormi a uno specifico canone estetico, mi interessa restituire complessità ai miei soggetti e far convivere in loro dimensioni contrastanti.
Cerco di allontanarmi da una rappresentazione superficiale o puramente estetizzante della figura femminile, per costruire immagini che parlino di vulnerabilità, identità, memoria e trasformazione.
Attraverso simboli, riferimenti alla storia dell’arte e una forte attenzione all’interiorità, provo a creare uno spazio aperto in cui ogni spettatore possa trovare una propria interpretazione, senza letture univoche.
La critica ritrova spesso una sacralità nei Suoi ritratti: crede che l’arte debba sempre offrire una forma di riscatto e dignità di fronte al dolore?
Non penso che l’arte abbia il dovere di offrire risposte o consolazioni. Credo però che possa creare uno spazio di ascolto e di riflessione, capace di dare dignità anche alle esperienze più fragili.
Mi interessa realizzare immagini che non chiudano il significato, ma che rimangano aperte, come una soglia o un varco verso l’interiorità.
Se nei miei lavori emerge una dimensione di sacralità, è probabilmente perché cerco di guardare l’essere umano con rispetto, lasciando che la sua complessità possa manifestarsi senza essere semplificata.
Ci racconta l’opera che ha realizzato per il Premio Lamberti?
L’opera che ho deciso di donare per il Premio Lamberti fa parte della serie fotografica Piena di grazia.
È un lavoro che esplora lo sfaccettato universo — interiore ed esteriore — del femminile attraverso simboli culturali, rimandi artistici e lontani echi della psiche. La figura femminile è immersa, immagine dopo immagine, in un tempo sospeso, in equilibrio tra luce e ombra, in cui convivono l’eredità della classicità e l’eco di antichi archetipi.
Più che sviluppare una narrazione lineare, il progetto cerca di indagare un immaginario stratificato, interrogandosi su quei simboli e quelle rappresentazioni che, nel corso dei secoli, hanno contribuito a costruire l’identità femminile.
È una ricerca che non intende offrire risposte definitive, ma aprire uno spazio di riflessione sulla complessità dell’essere donna e sul dialogo continuo tra memoria culturale, esperienza individuale e dimensione simbolica.