Il 3 febbraio 1960, alle 6.20 del mattino, una Ford Thunderbird sfreccia per le strade ancora semideserte di Roma. La corsa si interrompe contro un camion. Alla guida c’è Fred Buscaglione. È l’ultimo atto di una vita vissuta a ritmo di swing, ironia e notti accese.
Da quell’impatto prende avvio “L’ultima corsa di Fred”, testo di Giuseppe Miale di Mauro e Mario Gelardi in scena al Piccolo Bellini. Ma lo spettacolo non segue la strada prevedibile della biografia. Non ricostruisce la carriera, non elenca successi, non si rifugia nell’aneddoto. Sceglie invece di fermarsi su quell’istante finale e su chi, per caso, si trova a esserne testimone.
Il racconto passa infatti attraverso lo sguardo di un metronotte. Non è un semplice espediente narrativo, ma una presa di posizione: la storia non è filtrata dall’icona, bensì da un uomo qualunque, estraneo al mondo dello spettacolo. Davanti a lui non c’è il personaggio pubblico, ma un corpo tra le lamiere. È in questo scarto che il mito si ridimensiona e diventa materia teatrale.
La regia di Peppe Miale è costruita con grande attenzione. I cambi di ritmo sono calibrati, le pause hanno un peso preciso, le canzoni arrivano quando devono arrivare. Nulla è casuale. I silenzi restano sospesi e chiedono ascolto. I brani musicali non interrompono la narrazione, la accompagnano e la approfondiscono. La scelta di eseguire molte canzoni quasi sempre di spalle è un’intuizione registica efficace: evita l’effetto concerto, mantiene la tensione drammatica e si armonizza con l’impianto complessivo. Si percepisce un lavoro accurato sui dettagli, sulle entrate, sui tempi interni delle battute.
Al centro della scena c’è Massimo De Matteo. Per un’ora e un quarto sostiene lo spettacolo con una concentrazione costante. Non cerca l’imitazione di Buscaglione, non indulge nei tic riconoscibili. Lavora sul ritmo, sulle pause, sui cambi di tono. Sa quando accelerare e quando fermarsi un attimo prima dell’enfasi. Anche nei momenti musicali resta dentro l’azione, senza trasformare il canto in esibizione. La voce si modula, si incrina, si distende; il corpo accompagna ogni variazione con precisione. È una prova solida, continua, di grande presenza scenica.
La musica dal vivo – Mariano Bellopede al pianoforte, Ciro Riccardi alla tromba, Claudio Marino alla batteria, su composizioni originali di Floriano Bocchino – è parte integrante della struttura. Non è un semplice accompagnamento, ma un elemento che dialoga con l’attore, sostiene il ritmo e talvolta lo incalza. I brani scelti avvicinano il pubblico, sia quello che conosce e ama le canzoni più celebri, sia chi scopre quelle meno note. Gli arrangiamenti, studiati appositamente per questo allestimento, evitano la banalità e danno ai pezzi una nuova funzione narrativa.
“L’ultima corsa di Fred” non costruisce un monumento a Fred Buscaglione. Lo riporta a terra, nel punto esatto in cui la leggenda si interrompe e resta l’uomo. È questa scelta a dare forza al lavoro: non aggiunge retorica, ma restringe il campo visivo e costringe a guardare più da vicino.
Nota dell’autrice: avevo visto questo spettacolo molti anni fa e mi era sembrato un buon lavoro. Oggi è un lavoro più maturo, quasi perfetto. Un lavoro da vedere – e da rivedere