La salute mentale diventa terreno di sperimentazione e dibattito. Tra pubblicità di chatbot terapeutici e piattaforme che promettono supporto psicologico automatizzato, si apre una domanda che non è più soltanto tecnica ma profondamente culturale: può la psicoterapia essere affidata a un sistema artificiale?
A interrogarsi è la psicologa, psicoterapeuta e sessuologa Francesca Mastrantonio, direttrice didattica dell’Istituto Strategico e presidente dell’associazione Iiris – Istituto Integrato di Ricerca e Intervento Strategico, che mette in guardia da una semplificazione rischiosa del concetto stesso di cura.
Secondo Mastrantonio, il crescente interesse verso strumenti digitali applicati al benessere psicologico non è di per sé un fenomeno negativo. La tecnologia, sottolinea, ha già dimostrato di poter offrire supporti utili nella pratica clinica, facilitando accesso ai servizi, continuità dei percorsi e gestione organizzativa. Il problema nasce quando si compie un salto ulteriore: quello che attribuisce a un sistema di intelligenza artificiale la capacità di sostituire la relazione terapeutica.
In questa prospettiva, la psicoterapia viene ridotta a una sequenza di risposte efficaci, a un algoritmo in grado di simulare empatia e comprensione. Ma è proprio qui che, secondo la psicoterapeuta, si apre una frattura concettuale difficile da ignorare: la cura non coincide con la risposta, ma con la relazione.
Richiamando le diverse tradizioni teoriche della psicoterapia, Mastrantonio ricorda come autori lontani tra loro per approccio e linguaggio convergano su un punto centrale: il processo terapeutico è fondato sull’incontro tra due soggettività. È una relazione fatta di parole, ma anche di silenzi, di sguardi, di imperfezioni e risonanze emotive. Elementi che non sono accessori del percorso, ma parte integrante del cambiamento.
Sostituire questo spazio relazionale con un’interfaccia artificiale, per quanto evoluta, significa secondo questa lettura privare la cura del suo nucleo più fragile e allo stesso tempo più decisivo: la presenza umana.
Per rendere più concreto il suo ragionamento, Mastrantonio richiama un celebre esperimento dello psicologo Harry Harlow sull’attaccamento nei cuccioli di scimmia rhesus. I piccoli, posti davanti a due “madri surrogate” — una in metallo con nutrimento e una morbida ma priva di cibo — sceglievano prevalentemente la seconda, cercando contatto e conforto più che semplice sopravvivenza. Un risultato che ha contribuito a ridefinire la comprensione dei legami affettivi.
La metafora che ne deriva è netta: non sempre ciò che funziona meglio sul piano della risposta è ciò che risponde ai bisogni più profondi dell’essere umano. E trasferita al presente, questa immagine diventa un monito: l’efficienza tecnologica non coincide necessariamente con la qualità della cura.
Il punto critico, osserva la psicoterapeuta, non è l’uso della tecnologia in sé, ma l’idea che essa possa sostituire la dimensione relazionale della terapia. Il rischio è quello di affrontare la sofferenza emotiva con strumenti che replicano proprio uno dei suoi possibili fattori originari: la distanza, la solitudine, la difficoltà di costruire legami autentici.
Da qui la domanda finale, che resta aperta e volutamente non semplificata: la direzione è quella di una progressiva delega della relazione umana a sistemi artificiali, oppure quella di una nuova consapevolezza del valore insostituibile dell’incontro tra persone?
Nel mezzo, un equilibrio ancora da definire tra innovazione e umanità, tra supporto tecnologico e presenza reale. E soprattutto tra ciò che può essere automatizzato e ciò che, forse, non dovrebbe esserlo.