Mo’ fantastico monosillabo napoletano che indica il “cogli l’attimo”, è l’incipit e anche il titolo da cui muove le mosse il libro di Anna Vettigli, responsabile di Legacoopsociali Lazio e vicepresidente di Legacoopsociali nazionale, che il 29 aprile, alla sede della Fondazione Premio Napoli in Palazzo Reale ha presentato la sua prima opera letteraria, Mo’ (Coda di Volpe Editore, pagg. 146, euro 16).
Con lei, a parlarne, la scrittrice Chiara Tortorelli, Giacomo Smarrazzo, presidente del gruppo di imprese sociali Gesco che ha promosso l’incontro, il caporedattore del Corriere del Mezzogiorno, Vincenzo Esposito e il sub commissario per la rigenerazione di Bagnoli, Dino Falconio. Ha moderato Ida Palisi, giornalista e direttrice del portale Napoliclick, che ha organizzato la presentazione.
Mo’
Il romanzo è ambientato a Napoli, nell’estate 2022. La protagonista, Nina, prossima ai sessant’anni, sta vivendo un momento complicato della sua esistenza: deve decidere se rimanere nella propria zona di comfort, pur se soffocante, o affrontare la fatica del cambiamento, con tutte le sue incognite e difficoltà. Per prendere una pausa dalla routine, raggiunge Bagnoli sulla sua Panda sgangherata, dove il mare, con il suo movimento incessante, sembra invitarla a riflettere su promesse infrante e nuove possibilità. È qui che incontra Francesco, un uomo con cui, sin da subito, nasce una profonda connessione. I due iniziano a raccontarsi e le loro storie si mescolano, tirando in ballo fatti del presente e del passato. In questo cammino di riscoperta e trasformazione, la rigenerazione interiore e quella urbana si intrecciano, nutrendosi a vicenda.
Bagnoli
Alla presentazione è emerso un confronto estremamente interessante su Bagnoli e la ricerca della felicità, che tante volte cerchiamo ma che può essere sinteticamente racchiusa in un’altra parola napoletana che esprime appieno il senso del godersi la vita: arricrearsi. Ed allora, se è vero che tutto parte dal presente – come recita mo’, cioè adesso – perché aspettare per realizzare il cambiamento? Il nostro, della nostra vita e della nostra città?.
Se per Chiara Tortorelli il libro esprime bene quel senso di alterità e di possibilità di mettersi in relazione che è poi la chiave della vita, per Giacomo Smarrazzo, cittadino bagnolese, «si tratta di ritrovare quell’aggancio con la realtà che manca nella nostra vita e che può essere indicato dall’impegno sociale che spesso dimentichiamo». Il dibattito è scivolato inevitabilmente su Bagnoli.
«Per i sessantenni di oggi resta il rammarico di una scommessa persa, di una promessa non mantenuta – ha fatto notare Vincenzo Esposito – ricordo da cronista di quegli anni quanto la speranza di rinascita di Bagnoli abbia accomunato tutti i napoletani, a partire dal sogno dell’architetto visionario Lamont Young di farne un’area naturale all’avvento dell’Italsider, l’industria siderurgica da cui è partito la catastrofe sull’amianto e sui tanti morti». Nell’immaginario di allora Bagnoli, ha proseguito Esposito, era il luogo del sole a mezzanotte cioè il raggio luminoso notturno generato dall’acciaio.
Più cauto Dino Falconio che, nel ricordare il grande sogno di creare anche a Napoli un’industria che potesse mettere la nostra città al pari con quelle del Nord, ha sottolineato che quell’indotto «ha comunque generato una certa ricchezza, e contribuito come ascensore sociale a migliorare la qualità di vita di tante famiglie, in seguito poi, come è avvenuto in tanti luoghi d’Italia, si è dimostrato non solo un fallimento ma una tragedia». Tornando al libro, Falconio ne ha ricordato la piacevolezza e l’ottima intuizione del titolo e del senso dell’arricrearsi.
«Il mio è un racconto in parte autobiografico. Io vivo da trent’anni a Roma eppure ho sentito l’esigenza di mostrare in questo racconto un viaggio della protagonista a Napoli alla ricerca di se stessa e della propria felicità partendo dal senso del presente: è adesso che bisogna agire per il cambiamento con la certezza di volersi arricreare e di non abbandonare mai la dimensione dell’altro, come insegna il mio lavoro di operatrice sociale», ha concluso l’autrice.
Foto di copertina di Antonio Manfredonio (licenza creative commons, da Flickr)