Siete pronti a cambiare mestiere?
Per due settimane siamo stati tutti esperti di sport invernali. Sembrava che a Napoli, invece di giocare a calcio con le scarpe come porte, si improvvisassero piste di curling agli incroci: spazzole in mano e pietre in traiettoria lungo via Poggioreale.
Ora, però, è tempo di riconvertirsi. Da martedì 24 febbraio si cambia divisa: via la tuta da sci e dentro l’abito da critico musicale, fashion editor e sociologo da tastiera.
Ricomincia il Festival di Sanremo e, come ogni anno, l’Italia intera è pronta a trasformarsi in una redazione diffusa, armata di smartphone, social e hashtag più affilati delle lame da pattinaggio.
Sulla carta il Festival sarà più prevedibile delle sorprese degli ovetti Kinder moderni — che ormai dichiarano fuori cosa troverai dentro — mica come negli anni ’80, quando una sorpresa su cinque era un ippopotamo da montare con rischio ingerimento incluso.
Da martedì dobbiamo essere pronti a tutto: Laura La Divina (la Pausini, che avete capito) che interpreterà una cover a caso capace di fare innervosire milioni di fan; Can Yaman che risveglierà sensi sopiti nelle mogli mentre i mariti giacciono svenuti sul divano, plaid in pile e bava strategica. E ancora Achille Lauro che, dopo aver fatto tutto a Sanremo — cantato, duettato, scandalizzato e quasi arredato l’Ariston — per sorprendere davvero dovrebbe provare a staccare i biglietti all’ingresso.
Al timone c’è Carlo Conti: luci accese, riflettori puntati e lampade abbronzanti già calde per quella che sembra l’ultima conduzione del presentatore toscano. Il testimone dovrebbe passare a Stefano De Martino, dato per conduttore da almeno quindici anni: ma non è che tutti questi annunci prematuri portino “’a peste”?
Un po’ di Napoli non manca mai sul palco o nei dintorni: Luchè, Samurai Jay, Aka 7even, LDA, Sal Da Vinci e The Kolors ospiti sul palco all’esterno dell’Ariston.
Una spruzzata partenopea che si spera dia movimento a una 76ª edizione che, al momento, appare più moscia della R dei chiattili di Posillipo.
Tra gli ospiti annunciati: Tiziano Ferro, Andrea Bocelli, Eros Ramazzotti e i Pooh — che solo a nominarli scatta un abbiocco preventivo, così, sulla fiducia. Personalmente, visto il cast e il clima vintage, una chance ai Jalisse l’avrei data: giusto per completare il quadro (Carlo, pensaci!).
L’unica polemica degna di nota riguarda Andrea Pucci, figura che molti hanno scoperto solo ora e che, con un piccolo sforzo collettivo, possiamo serenamente tornare a ignorare.
Un’edizione che parte un po’ fiacca, ma in fondo Sanremo è lo specchio dell’Italia: leggermente moscia, molto arrabbiata sui social e annoiata per strada.
Un’Italia nazional-popolare e remissiva, che non crede più, non vota più e quando vota fa danni. Li ha fatti anche lo scorso anno con il televoto che ha spedito Giorgia al sesto posto con una canzone che, di fatto, aveva già vinto. Un furto che ci ha insegnato una verità universale: chi vince non è sempre il migliore — e questo vale per ogni competizione, dal Festival allo scopone scientifico fino alle elezioni.
Abbiamo ancora un paio di giorni per dismettere i panni da esperti di sport e diventare opinionisti televisivi che Tina Cipollari, stai calma.
Prepariamoci allora: post pronti, meme in canna e giudizi lapidari.
Perché, alla fine, potremo pure lamentarci, sbuffare, criticare outfit e stonature ma martedì sera saremo tutti lì, davanti alla TV, pronti a commentare come se il destino della Repubblica dipendesse dall’outifit di Irina Shayk.
Perché in fondo Sanremo è Sanremo.
Anche quest’anno e per la settantaseiesima volta.