Attrice, cantautrice e autrice, Myriam Lattanzio ha costruito negli anni un percorso artistico in cui teatro, musica e impegno civile si intrecciano con naturalezza. Con il nuovo album Anime Pezzentelle torna a raccontare gli ultimi, le fragilità e le contraddizioni del nostro tempo attraverso una scrittura intensa e profondamente umana. In questa prima parte dell’intervista ripercorre le tappe della sua carriera, le radici del suo linguaggio artistico e la genesi di un disco che invita ad ascoltare, riflettere e non voltarsi dall’altra parte.
Il Suo viaggio artistico unisce da sempre la disciplina del teatro e la tradizione partenopea. In che modo questo background modella la teatralità e l’interpretazione dei brani di Anime Pezzentelle?
Il lavoro risente molto di questi anni girati per teatri prima con Femmene e poi con Donnemadonne. Il teatro è stata la mia prima passione e il mio primo modo di comunicare. Infatti io mi considero una “cantastorie” più che una cantautrice.
Nel 1995 lo spettacolo Rose, rabbia e sangue metteva in musica una forte urgenza civile. Come si è evoluto nel tempo quel sentimento di “rabbia” e come lo ritroviamo espresso in questo nuovo disco?
Anche in Anime Pezzentelle c’è un’urgenza civile, ma cantata con più riflessione e meno rabbia. Volevo che a chi ascolta i brani arrivasse il dolore delle storie, che tornasse a guardarsi intorno e a scavarsi dentro, ritrovando quell’umanità che abbiamo perso. Potrò sembrare presuntuosa, ma credo che la musica debba tornare a parlare alle persone.
In passato ha scritto molto anche per altri artisti, come Carlo Lomanto. Come cambia il Suo approccio alla scrittura quando non è Lei a dover cantare quelle parole?
Mi sdoppio. Lascio il vestito di cantastorie e mi lancio in una scrittura più leggera. Con Carlo Lomanto collaborai al CD Le cose che ho perso e ho continuato a scrivere anche per altri lavori. Mi diverte scrivere canzoni d’amore, cosa che invece non faccio nei miei dischi.
In Anime Pezzentelle affronta temi durissimi, dalle morti sul lavoro alla violenza di genere. C’è un brano che Le ha richiesto più coraggio degli altri durante la scrittura?
Difficile dirlo. “Pe’ Ddoje Rammere”, ad esempio, racconta una storia realmente accaduta in Calabria, dove dei braccianti furono uccisi per aver prelevato da un luogo abbandonato alcune lamiere con cui costruire un tetto per la loro baracca. Anche “Nisciuno”, scritto per uno spettacolo messo in scena con il gruppo Le Coccinelle, nasce da vicende che mi hanno profondamente segnata. Sono pezzi di vita che porto ancora dentro.
Il trionfo alla VI edizione del Premio Città di Recanati ha consacrato la Sua scrittura a livello nazionale. Che valore ha avuto per Lei quel riconoscimento in un momento così cruciale della Sua carriera?
È stato un bellissimo riconoscimento, come del resto gli altri premi ricevuti. È un po’ come quando a scuola l’insegnante metteva un dieci a un tema: ogni tanto una gratificazione aiuta a capire che si è sulla strada giusta e che il proprio lavoro arriva davvero a chi lo ascolta. Purtroppo non sono mai stata brava a sfruttare queste occasioni e ancora oggi ho un rapporto piuttosto difficile con i social.