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Natale in casa di donne: un’intensa critica della famiglia contemporanea

Di Ida Palisi / 26 Novembre 2021

Andato in scena l’8 ottobre al Teatro Sannazaro di Napoli, nell’ambito dell’iniziativa Teatro Solidale, lo spettacolo “Natale in casa di Donne” di e con Sarah Falanga è una lucida e intima visione della famiglia di ieri, oggi e domani.

 A 120 anni dalla nascita di Eduardo De Filippo, Sarah Falanga propone una reinterpretazione della drammaturgia di Eduardo in chiave femminile. La grande regista, attrice, presidente dell’Accademia della Magna Grecia di Paestum è la Madre (il corrispettivo di Luca, il padre di Natale in casa Cupiello) in scena con un gruppo di talentuosissimi attori: Laura Mammone (Concetta), Pina Di Gennaro (Tommasina), Giusy Paolillo (Ninuccia), Luisa Tirozzi (una sorta di narratrice atemporale), Stefano Pascucci (Pasqualin), Christian Mirone (il marito di Ninetta), Damiano Agresti (il portiere). I costumi sono di: Leticia Craig, il disegno luci di Christian Mirone. Produzione: Accademia Magna Graecia & Teatrinedito Amg.

“Lo spettacolo è un’importante sperimentazione sulla dimostrazione dell’universalità della drammaturgia di Eduardo De Filippo – “è una mia esigenza emotiva ed intellettuale!” – afferma Sarah Falanga– L’interpretazione tutta al femminile dei personaggi del celebre copione “Natale in casa Cupiello”, troppo imitato e scimmiottato, è una grande sfida tesa a dimostrare che se è vero che Eduardo ha scritto testi di essenza e contenuto universale tanto da guadagnarsi un posto tra “i miti” del teatro, è anche vero che quella stessa drammaturgia non perderà la sua verità e la sua essenza se interpretata e non imitata…e l’universalità non conosce limiti di tempo, di maschere, di sesso. Insomma non possiamo continuare a pensare di frequentare i copioni di Eduardo De Filippo cercando di imitarne la maschera, sarebbe come non permettere alla loro poesia di vibrare libera da schemi e luoghi comuni”.

foto 1 natale in casa di donne

Il “Natale in casa di donne” di Sarah Falanga è un viaggio attraverso la famiglia che scopriamo non cambiare nel tempo la sua sostanza complessa, contraddittoria e intensissima e un viaggio nel teatro da quello pre – eduardiano al post Eduardo: da Scarpetta a Ruccello. Non manca una veste pirandelliana della messa in scena che ricorda la contaminazione del grande autore siciliano nella produzione di Eduardo.

Lucariello si chiama Filumena perché è Madre come è Madre straziante e potente la Marturano e nessuna meglio di Sarah può interpretarla con quella fisicità e il talento drammatico che ricordano quelli della Mangano. Filumena è una madre orfana del suo ventre, che come un’equilibrista cerca di mediare tra i propri sogni ed aspettative e i suoi figli che la sorte le ha dato in dono, tra il bene e il giusto, tra l’apparenza e la sostanza di una realtà precaria.

La scena si apre con la bella trovata scenografica di porre sullo sfondo a sconfinare nell’opera classica un’etera narratrice che dondola sull’altalena (della vita) bianca come l’infanzia e come la vecchiaia, le due età dell’uomo in cui non c’è responsabilità. Mentre è la responsabilità di far parte di quel nucleo originario che è la famiglia, che è il presepe che cercano e fuggono tutti i personaggi nell’arco dell’opera, nel conflitto tra l’essere personaggi e il voler essere persone (come ci insegna Pirandello).

Il presepe è composto da piramidi di pietre sovrapposte in equilibrio una sull’altra, una forma d’arte che si ritrova in più parti del mondo oggi, un totem di segni e sogni lasciati sulla via dai camminatori, pietre ricoperte dalla polvere del tempo eppure sempre fragili, spostabili, modificabili. Bianchi come pagine ancora da scrivere. L’intera messa in scena è sottesa ad energie e tensioni contrastanti tra l’accettazione delle cose che vanno alla malora e la necessità di intervenire per rimettere in piedi i pezzi. Tommasina è un’interessante Pina Di Gennaro, a metà tra una personalità borderline e Peter Pan, che viene cacciata dalla madre e poi ricercata, va via, ma poi torna.  Tommasina apre il discorso sotteso all’opera sull’ipocrisia, il detto e non detto. Le scarpe che ha rubato sotto al letto sono come la polvere sotto il tappeto che va nascosta come si nasconde il furto e il presagio di morte di Pasqualin che con la sua trasversalità sensuale e capricciosa omaggia Ruccello. Ninuccia è invece colei che sfida le convenzioni e l’ipocrisia, la ribelle che rompe l’ipocrisia, distrugge, ma lo fa in nome della verità, dell’amore che è poi il senso fondamentale senza il quale il presepe è vuota impalcatura. L’amore che Filumena riconosce dentro di sé finalmente come accettazione dei suoi figli anche se così diversi da lei. Tutti i pastori che Filumena vorrebbe posizionati secondo la propria visione, tanto che un fermo immagine li immobilizza sotto il suo sguardo come la sacra famiglia e gli animali nella grotta, scopre essere necessari con le loro infinite sfumature e contraddizioni a fare la vera famiglia. Quello di Natale in Casa di donne è un presepe che muta, si rompe e si ricostruisce ogni volta con pazienza, sacrificio e abnegazione tipicamente femminili.

Leggi anche l’intervista a Sarah Falanga

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