Era il 1946, l’Italia era appena uscita dal conflitto mondiale, e c’era una linfa di speranza: era la speranza raccolta nelle lotte partigiane, che Pier Paolo Pasolini raccontò come pura luce della Resistenza, ne “La Religione del mio tempo”.
Gli italiani furono chiamati alle urne e quella volta non votarono solo gli uomini, votarono per la prima volta anche le donne.Venticinque milioni di italiani si recarono a manifestare la propria volontà, partecipi, lo fotografa molto bene Paola Cortellesi nel suo film “C’è ancora domani”. E fu proprio il voto delle donne a raccontare la speranza; tutti votarono perché ci credevano e quell’alba ebbe un nome e un volto: Repubblica Italiana.
I padri costituenti, 556 membri eletti il 2 giugno 1946 ebbero il compito di redigere e approvare la nostra Costituzione, un fondamento nato dal dolore, dal desiderio di non dimenticare gli orrori e perché potessero esserci le basi di una democrazia vera, che accoglieva la pluralità delle voci. Così fu blindato il diritto alla democrazia calpestato negli anni del Fascismo e nacque la Repubblica Italiana, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al Popolo, recita l’articolo 1, e nell’articolo 2 si legge che la Repubblica italiana ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.Sono passati 80 anni da allora.Tutta quella luce è fonte ora di solitarie vergognose lacrime, direbbe Pasolini.Dove siamo finiti?Assistiamo oggi quasi inermi e increduli a una festa celebrativa di cui si è perduto lo spirito reale, ridotta a parata folkloristica.
Nel mondo attuale la parola politica ha smarrito il suo reale senso, il valore sociale è obsoleto perché non esiste più il nucleo comunitario della polis e la classe politica esprime di riflesso la povertà culturale della società, che ha sostituito l’amore per il sapere all’amore per l’apparire e che non è interessata ad apprendere e comprendere ma preferisce avere follower e fare video su TikTok.
I modelli che vengono proposti stupiscono per la lontananza con gli ideali alla base di ogni reale visione politica.Fantasia al potere recitavano gli slogan negli anni Settanta.Io rifletterei invece sulla saggezza al potere che proponeva Platone.Mi piace ricordare il suo pensiero.
Ne “La Repubblica” disegnava l’utopia dello Stato così come dovrebbe essere, dove le classi sociali rispecchiano i valori propri dell’animo umano.
Secondo Platone ai filosofi spettava il compito di governare perché solo loro avevano la necessaria saggezza per direzionare la polis verso il Bene.
In una repubblica, diceva il grande filosofo, non ci si dovrebbe mai adoperare per l’utilità del più forte ma per l’armonia interna degli uomini che si riflette poi all’esterno, nella società. I filosofi, che rappresentano la saggezza dell’anima e la visione della mente superiore, devono condurre, i guerrieri dovrebbero custodire l’ordine e avere il compito di difendere la polis, e agli artigiani e agricoltori va la parte più terrena, sono infatti la forza lavoro che si occupa del fare. Anche noi siamo fatti di tre parti, la mente saggia, l’energia focosa che si accende per difendere e il corpo che costruisce e provvede alle necessità materiali. D’altronde Platone lo sapeva bene, ne parla a lungo nel VII libro de “la Repubblica”: la condizione degli uomini è quella dei prigionieri in una caverna, costretti a guardare le ombre sul muro scambiandole per reali.Chi governa dovrebbe avere la saggezza necessaria per vedere oltre le ombre e aiutare i cittadini a liberarsi dalle illusioni per aspirare alla verità e al bene. Non certo per invitarli a farsi i propri interessi o, col loro lavoro, a preservare gli interessi economici e finanziari delle oligarchie di potere.Ci vorrebbe più Platone e non solo nelle scuole.
Più Platone e meno reels.
Buona Festa della Repubblica.
Foto dagli archivi dell’Emeroteca Biblioteca Tucci di Napoll