Ci ostiniamo a pensare che la medicina sia una scienza esatta. E lo è. Ma è anche figlia del suo tempo. Perché, diciamocelo, anche negli ambulatori esistono le mode. Durano un po’ più di un paio di jeans El Charro, ma prima o poi passano anche loro.
No, non sto parlando del nutrizionista contemporaneo che fino a dieci anni fa ti prescriveva solo frutta e verdura mentre oggi ti costruisce una dieta composta da semi, semini, proteine naturali derivanti dalla buccia del cocco semimaturo raccolto esclusivamente a mano nella provincia nord del Madagascar.
Io parlo proprio di interventi, cure e rimedi che hanno segnato intere generazioni.
Prendiamo le tonsille.
Se sei nato negli anni Ottanta o Novanta, la tonsillectomia era praticamente un sacramento. Bastavano tre mal di gola in un inverno e arrivava la sentenza: “Dobbiamo togliere le tonsille”.
Era un rito di passaggio, un atto di iniziazione.
C’erano quelli che tornavano a scuola dopo un mese con il ghiacciolo in mano e la voce da cartone animato, accolti come reduci da una grande impresa.
Oggi, invece, le linee guida sono severissime. Si opera soltanto in casi ben precisi e documentati. Evidentemente Madre natura quando ci ha regalato le tonsille, un motivo ce l’aveva. Ci sono voluti solo una trentina d’anni per scoprirlo.
Poi c’era lui. Il re incontrastato degli antibiotici.
Il Bactrim.
Le mamme vintage lo conoscono bene. Era la risposta universale a qualsiasi problema.
Febbre? Bactrim.
Mal di gola? Bactrim.
Otite? Bactrim.
Hai litigato con il compagno di banco? Una passata di Bactrim e passa tutto.
Si somministrava persino “per precauzione”, espressione che oggi farebbe svenire qualunque pediatra.
Adesso, invece, ottenere un antibiotico sembra più complicato che ottenere un mutuo. Tra tamponi, analisi del sangue, controlli, rivalutazioni e linee guida aggiornate ogni quarto d’ora, quando finalmente arriva la prescrizione hai già sviluppato gli anticorpi per conto tuo.
E vogliamo parlare dell’appendice?
Per anni è stata trattata come il parente scomodo invitato al pranzo di Natale.
Per anni è sembrato che, al minimo sospetto, l’appendice fosse l’indiziata perfetta.
Al primo dolore al fianco destro partiva la corsa in ospedale e, molto spesso, si decideva di toglierla. Così. Per sicurezza.
Come Maria De Filippi che abbassa il microfono a Tina Cipollari ancora prima che inizi a insultare il tronista.
Oggi sappiamo che quell’organo, tanto inutile non era. Ha un ruolo nel sistema immunitario e nella flora intestinale. Insomma, anche l’appendice ha finalmente trovato un posto nel mondo.
Ogni epoca ha avuto le sue certezze assolute. Poi arrivano nuovi studi, nuove prove, nuove evidenze. E quello che sembrava intoccabile finisce in pensione. Succede nella moda. Succede nella musica. Succede persino in medicina.
Così come per il Mercurocromo.
La nostra infanzia aveva il colore del Mercurocromo.
Ogni sbucciatura diventava un’opera d’arte contemporanea. Bastava cadere dalla bicicletta, inciampare sul marciapiede o giocare a pallone sull’asfalto che arrivava lui: il flacone magico che trasformava qualsiasi ferita in un’insegna luminosa.
Oggi il mercurocromo è praticamente sparito.
Anche perché, diciamolo, oggi sono sparite quasi pure le ginocchia sbucciate.
Ma questa è un’altra storia.
Anzi no, approfitto.
Riportiamo più spesso i bambini nei cortili, anche a costo di qualche ginocchio sbucciato.
E già che siamo in tema di sostanze che oggi farebbero impallidire qualsiasi genitore, vogliamo parlare del termometro a mercurio? Quello sottile, di vetro, che prima di misurare la febbre dovevi agitare come se stessi preparando un cocktail. Se ti cadeva dalle mani era il panico. “Non ti muovere!”, urlavano tutti. Perché quel mercurio non si doveva assolutamente toccare, era nocivo. Nel giro di dieci secondi il salotto diventava una scena del crimine e tua madre sembrava la protagonista di un film catastrofico. Altro che febbre: l’ansia saliva direttamente a quaranta.
E poi c’è lui.
Il Vicks Vaporub.
Non so dire con certezza quanto fosse efficace contro la tosse. Ma di sicuro la mano della mamma che te lo spalmava sul petto, il pigiama già pronto, il letto caldo, la televisione accesa in sottofondo e la promessa che “domani starai meglio” erano assai più forti del mentolo.
Forse quella non era medicina.
Era sentirsi al sicuro.
Ed è proprio quella sensazione che dovrebbe essere dichiarata Patrimonio Immateriale dell’Umanità.
Questo non è un articolo medico, né vuole entrare nel tecnicismo della medicina.
È solo un viaggio nella memoria.
Per ricordarci che la medicina evolve. Cambiano le conoscenze, cambiano le terapie, cambiano le evidenze scientifiche. Ed è giusto così.
Perché la scienza, per fortuna, non è un dogma: è il continuo coraggio di smentire sé stessa.
Ma, insieme alle terapie, cambiano anche i tempi.
Viviamo nell’epoca dei trapianti di capelli, delle faccette dentali perfette e dei filler che cancellano persino i sorrisi.
Ma va bene ricordare che noi siamo cresciuti con l’apparecchio ai denti che ci faceva sputacchiare mentre parlavamo e tratteneva i friarielli con una tenacia che richiedeva ogni volta l’intervento di un fabbro.
Siamo quelli con le ginocchia color Mercurocromo, il petto che profumava di Vicks Vaporub e le mamme che misuravano la febbre mettendoti una mano sulla fronte prima ancora del termometro.
La medicina, per fortuna, è andata avanti.
Ma certe cure, quelle fatte di mani, carezze e rassicurazioni, nessuna linea guida riuscirà mai a mandarle fuori moda.