Sonia Sodano, giornalista dal 2013, scrittrice e promotrice culturale, ha fatto della libertà di informazione il filo conduttore del suo percorso professionale. Nel suo ultimo libro, La libera informazione, dedicato a Julian Assange e a WikiLeaks, riflette sul rapporto tra potere, giornalismo e diritto a conoscere, intrecciando diritto, filosofia, cinema e cultura pop. Con lei abbiamo parlato del valore dell’informazione, delle sfide del giornalismo contemporaneo e del ruolo della cultura come strumento di crescita collettiva.
Lei è giornalista dal 2013 e ha sempre difeso il valore della libera informazione. Da dove nasce questa convinzione e come si è evoluta nel corso della sua carriera?
Credo di essere nata con due “difetti”: non so stare zitta e mi piace la verità. Fin da bambina ho avuto un forte senso della giustizia, che crescendo si è trasformato in scrittura. Prima sono arrivati i libri, poi il giornalismo, dove ho sperimentato quanto sia importante il diritto a informare e a essere informati. Dire quello che pensavo mi è costato anche collaborazioni importanti, ma rifarei tutto. Il prezzo del silenzio, alla lunga, è molto più alto. Mi riconosco nella frase di Michela Murgia: “La disobbedienza è una forma di igiene della mente.” Difendere la libertà di informazione è una scelta personale che mi fa sentire coerente con me stessa.
Perché ha scelto di dedicare un libro a Julian Assange e a WikiLeaks, cercando di andare oltre le contrapposizioni ideologiche che hanno caratterizzato il dibattito pubblico?
Il mio non è un saggio tradizionale, ma un pamphlet che vuole provocare e stimolare il dibattito. Ho scelto Assange perché rappresenta un simbolo del rapporto tra potere e informazione nell’era digitale.
WikiLeaks ha posto una domanda fondamentale: esistono informazioni che il potere può nascondere e che i cittadini hanno invece il diritto di conoscere? Nel libro metto in relazione questa vicenda con quella di Ipazia di Alessandria, dimostrando che i meccanismi di delegittimazione di chi è scomodo non nascono con Internet, ma attraversano la storia cambiando solo forma.
Oggi il giornalismo è chiamato a confrontarsi con social network, algoritmi e intelligenza artificiale. Quali sono, a suo avviso, le sfide più importanti per chi vuole continuare a fare informazione di qualità?
Con i social molti avevano annunciato la fine del giornalismo. Oggi gli stessi professionisti li utilizzano ogni giorno e riconoscono che, se usati con intelligenza e nel rispetto della deontologia, sono strumenti preziosi.
Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale. Non è il problema: conta come la utilizziamo. Può diventare un valido supporto, ma non deve sostituire il pensiero critico, la verifica delle fonti e la competenza del giornalista. La vera sfida è educare a un uso consapevole di questi strumenti, evitando il rischio di omologazione e di un utilizzo passivo.
Lei è anche l’ideatrice del festival “Castello di Carta”, giunto quest’anno alla sua seconda edizione. Come è nata questa iniziativa e quale obiettivo si è posta?
Il festival nasce insieme a Imma Malva, libraia e docente, con l’obiettivo di creare uno spazio culturale di qualità nella nostra città. Prima è nata la rassegna “Una Somma di Libri”, arrivata alla quarta edizione, poi da quell’esperienza è nato “Castello di Carta”.
La seconda edizione si terrà il 5 e 6 settembre 2026 al Teatro Summarte di Somma Vesuviana e avrà come tema “Maschere e sfocature. Nuove identità in movimento”, ispirato al pensiero di Luigi Pirandello. Saranno presenti numerosi ospiti e oltre sessanta appuntamenti in due giorni.
Nel suo percorso convivono giornalismo, scrittura e promozione culturale. In che modo queste tre dimensioni si arricchiscono a vicenda?
In realtà credo che siano tre aspetti dello stesso percorso. Faccio giornalismo perché credo nel valore delle domande; scrivo libri perché alcune domande hanno bisogno di più spazio per trovare risposta; promuovo cultura perché penso che i libri debbano diventare occasioni di incontro.
Condivido pienamente una riflessione di Roberto Benigni: “La cultura non è una cosa da pochi, è di tutti. La cultura siamo noi.” È questo il motivo che accomuna tutto ciò che faccio.