Streghe da Marciapiede di Francesco Silvestri, in scena al Teatro Sannazaro di Napoli per la regia di Stefano Amatucci, conferma la capacità del regista di trasformare una black comedy in un’esperienza teatrale accuratamente orchestrata. La vicenda — quattro prostitute accusate dell’omicidio di un giovane uomo — esplora tensioni psicologiche, conflitti interiori e traumi personali, costruendo un equilibrio sottile tra ironia grottesca e drammaticità.
Amatucci compie una scelta registica significativa intervenendo sul testo originale: il giovane misterioso viene eliminato, mentre la figura dell’Ispettore, Peppe Romano, si trasforma in narratore interno alla storia e presenza costante in scena. Questa modifica consente alla regia di guidare lo spettatore attraverso le follie delle protagoniste con uno sguardo lucido, che filtra la tensione senza indulgere nel caos gratuito. Ne deriva un impianto che privilegia la costruzione della suspense e un ritmo misurato, più che l’urto emotivo immediato, conferendo allo spettacolo un andamento calibrato e controllato.
Il quartetto femminile — Luisa Amatucci, Miriam Candurro, Antonella Prisco e Gina Amarante — offre prove solide e coerenti. Ogni attrice costruisce un personaggio riconoscibile e distinto, mentre la regia valorizza con intelligenza i contrasti tra eleganza, fragilità e follia. Peppe Romano, nei panni dell’Ispettore, accompagna lo spettatore con equilibrio, scandendo i momenti di tensione e fungendo da bussola tra ironia e inquietudine.
La scenografia essenziale e i costumi d’epoca contribuiscono efficacemente all’atmosfera, mentre le luci calibrate modulano profondità e ombre, sostenendo la costruzione psicologica dei personaggi. Tutti gli elementi concorrono a un allestimento coerente, capace di combinare grottesco, tensione e ironia senza scivolare nella caricatura.
Streghe da Marciapiede propone un teatro consapevole del proprio ritmo emotivo, capace di gestire la suspense con misura e di valorizzare la coesione scenica e la qualità delle interpretazioni. In alcuni passaggi, il rigore della conduzione drammatica privilegia la chiarezza narrativa e il controllo del ritmo rispetto all’esasperazione del conflitto, orientando lo spettacolo verso un coinvolgimento costruito con metodo e progressione, più che affidato a effetti dirompenti o colpi di scena immediati.
Silvestri è da sempre capace di affrontare nei suoi testi l’equilibrio delicato tra realtà e fantasia ed anche in questo testo il racconto è sospeso tra verità cruda e suggestione poetica , tra denuncia sociale e incanta narrativo.
Amatucci realizza così una black comedy raffinata, ironica e intensa, in cui la tensione cresce sotto traccia e lascia spazio a una riflessione lucida sul grottesco, sulla manipolazione e sulle fragilità umane. Uno spettacolo che diverte e coinvolge, dimostrando come il ‘controllo’ registico possa diventare esso stesso un elemento drammaturgico di valore, capace di guidare lo spettatore senza rinunciare alla complessità del racconto.