Lo spettacolo per la regia di Gabriele Pignotta, in scena fino al 21 dicembre al teatro Diana, che vede protagonista Vanessa Incontrada, racconta in modo spietato la dimensione delle relazioni oggi, e la difficoltà di barcamenarsi tra la necessità della sicurezza e la voglia di mantenere vivi passione e entusiasmo spesso assopiti nella routine della coppia stabile.
Lo vediamo tutti i giorni. I rapporti matrimoniali dopo i quaranta vivono una frattura, hanno bisogno di ridisegnarsi per non morire asfittici nel non sense di una quotidianità suicida.
La Incontrada interpreta Andrea, una donna di oggi alle soglie dei fatidici quaranta che si vede abbandonata dal marito per una più giovane. Sconvolta dal tradimento non riesce a risollevarsi e vive tra attacchi d’ansia e necessità di andare da uno psicologo per ricomporre i fili di una femminilità messa sotto scacco e di una sicurezza naufragata. Luca intanto, fisioterapista è anche lui divorziato e vorrebbe trovare sollievo alla solitudine su Tinder, una delle tante App di incontri che selezionano il partner giusto per te.
Fanno da contraltare Carlotta e Andrea che stanno sì ancora insieme ma non riescono più a vivere il desiderio, e sono in piena crisi matrimoniale. Carlotta è preda di una relazione fantomatica su Tinder e in un perfetto gioco pirandelliano delle parti, anche Andrea finisce suo malgrado nelle chat virtuali per stemperare il dolore di vivere.
Paradosso, ironia e sottintesi la fanno da padroni a sottolineare l’incomunicabilità della nostra società perennemente connessa ma sconnessa al sentimento, e raccontano la vita della contemporaneità: monadi chiuse nella propria solitudine e nel proprio dolore esistenziale e insieme prigioniere di quella zona confort dove da perenni adolescenti si vive in cerca di chissà cosa.
In Ti sposo ma non troppo la relazione svela il volto di un mondo che ha paura dell’amore perché ha paura della verità.
E lo spettacolo fotografa senza sconti le incertezze, i dubbi e le fragilità degli uomini e delle donne di oggi, vittime di una società liquida e informe dove finzioni, necessità di rappresentarsi e idolatria dell’immagine svuotano l’identità reale e consegnano l’amore al vuoto a perdere mentre al sentimento è sostituita la caccia al perenne desiderio e l’amore diventato prodotto di marketing dopo un certo periodo di tempo va in scadenza.
Si disegna così l’amore liquido come lo definiva il grande sociologo e filosofo, Bauman: una sopravvivenza stretta ed estraniante in una vita sempre più povera interiormente.
È la liquidità che non permette al legame di prendere consistenza… Restano solo quella fame di emozione che non trova appagamento e la paura atavica dell’intimità che fa tagliare la corda appena appare lo spettro della profondità, quel filo che sigilla la dimensione di ogni legame autentico.
Cosa resta allora?
Molto poco. Preferiamo cambiare storie come fossero magliette anziché provare a sporcarci le mani e vivere l’Eros come insegnava Platone nel Simposio, cioè come profonda esperienza trasformativa.
E non bastano le pagine affidate agli psicologi per insegnare l’amore e le emozioni, perché non è nella parola formativa che si può attivare un reale cambiamento ma nell’esperienza viva e nella presa di coscienza che non esiste up senza il conseguente down e che solo surfare sul movimento della vita può dare autentica felicità.
Ti sposo ma non troppo.
Dovremmo provare a dire ti sposo fino in fondo.
Perché ci sono ed esisto.
Perché scelgo di attraversare il guado e non di vivere ai margini come Peter Pan.