Agnese Fornito, artista visiva, poeta e cultrice della materia per il corso di Pittura dell’Accademia di Belle Arti di Napoli (ABANA) sviluppa una ricerca in cui immagini, parola e memoria si intrecciano in un linguaggio essenziale e profondamente autobiografico. Da anni è inoltre impegnata in “Donna ad Arte”, realtà che promuove il pensiero e la creatività femminile attraverso mostre, incontri e progetti culturali. In occasione della sua partecipazione al Premio Lamberti, racconta il suo percorso artistico, il rapporto tra insegnamento e ricerca e il significato dell’opera realizzata per questa edizione.
Iaria Sagaria collabora con una sua opera alla tredicesima edizione del Premio per la Responsabilità Sociale “Amato Lamberti”.
La sua ricerca artistica intreccia in modo indissolubile arti visive e poesia. In che modo la parola e la pittura dialogano e si alimentano a vicenda nella genesi delle sue opere?
Penso che arti visive e poesia non siano territori distinti, ma, in fondo, la stessa cosa. Entrambe procedono per associazioni: talvolta logiche e consequenziali, altre volte magiche, incongrue, inaspettate, nate in modo naturale. Le immagini e le parole si concatenano tra loro, trovando un senso proprio nell’incontro immediato e sorprendente che si crea tra elementi apparentemente lontani.
Nel suo ruolo di cultrice della materia per il corso di Pittura dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, come vive il confronto quotidiano con gli allievi e quanto la didattica influenza la sua ricerca personale?
Il confronto quotidiano significa esporsi a un flusso costante di idee, sensibilità e linguaggi sempre differenti. La relazione con altre menti e con altre modalità di esprimere il sentire è estremamente stimolante. C’è una ricchezza straordinaria in questo scambio continuo: ogni anno assisto alla nascita e alla crescita delle ricerche individuali delle studentesse e degli studenti, vedo le loro prospettive intrecciarsi e trasformarsi. Tutto questo si riflette inevitabilmente anche sulla mia ricerca artistica.
Attraverso il suo impegno nell’associazione “Donna ad Arte”, quale riflessione sul femminile ritiene oggi più urgente promuovere nel panorama culturale contemporaneo?
L’insegnamento più autentico che ho ricevuto da “Donna ad Arte” è la pratica del partire da sé. Credo che oggi la riflessione sul femminile più urgente non sia teorica, ma profondamente legata a questo approccio: evitare gli astrattismi e le generalizzazioni per utilizzare la propria esperienza vissuta come strumento di conoscenza, di ascolto e di relazione con gli altri. Partire dalla propria verità permette di costruire un dialogo più sincero e profondo.
Nelle sue opere la dimensione poetica diventa materia visiva. Quali sono le sfide principali nel tradurre emozioni e stati d’animo sulla tela?
Dare una forma visibile, concreta ed esposta al sentire è probabilmente l’atto più complesso del mio lavoro. Richiede una ricerca lunga e costante, fatta di associazioni, incastri geometrici e passaggi di senso, anche quando il risultato sembra nascere con naturalezza, quasi automaticamente. Partire da sé è sicuramente la strada più coraggiosa, ma anche la più semplice, perché è quella più autentica. Muoversi dalla propria esperienza significa trovare una forma espressiva sincera.
Guardando all’evoluzione del suo percorso artistico, quale messaggio etico e sociale sente oggi di voler trasmettere al pubblico e alle nuove generazioni di artisti?
Il messaggio che sento di trasmettere è un invito alla semplificazione visiva, intesa come possibilità di abitare la realtà in modo autentico. Allo stesso tempo credo molto nel valore della sospensione, non come momento di angoscia o di interruzione, ma come spazio di possibilità, di ricerca e di scoperta. Mi piace immaginarla come il privilegio di vivere in superficie senza rinunciare alla profondità, restando in equilibrio tra le due dimensioni, come fanno le nuvole. Abitare la propria verità con semplicità e sospensione è, a mio avviso, un gesto di grande responsabilità etica e sociale.
Ci racconta l’opera che ha realizzato per il Premio Lamberti?
L’opera si intitola seriöse frau sucht (“donna seria cerca”) ed è accompagnata dal sottotitolo di tenersi. È nata quasi per caso, da alcuni ritagli di un giornale straniero arrivato da lontano senza che li avessi cercati: un piccolo miracolo quotidiano, un incontro.
Tra quei frammenti c’era un annuncio di lavoro in cui l’espressione “donna seria” diventava una sorta di lasciapassare per essere presa in considerazione dalla società. La rigidità formale del testo, costruita attraverso le maiuscole e le geometrie linguistiche tipiche della lingua tedesca, si contrapponeva all’immagine di quattro bambole recuperata dalla stessa pagina del giornale. Sono figure infagottate nei loro abitini e cappelli, strette per mano.
Da quell’accostamento è nata l’opera: quattro donne “serie” che cercano, nello stesso istante, di trattenersi, mantenersi e tenersi strette per non perdersi.
Sono partita ancora una volta da me. Ho riconosciuto immediatamente una simmetria tra quelle bambole e una mia fotografia d’infanzia. Sono sempre stata considerata, e mi sono sempre percepita, una bambina seria, forse troppo. In quella fotografia cercavo anch’io di tenermi: alla mano di mia madre e al piede di mia sorella appena nata, proprio come una di quelle bambole di pezza, avvolta nella mia gonna a quadri e con gli stivali decorati da un cavallo bianco.
In fondo, quella donna seria stava semplicemente cercando di tenersi.