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Tra sospensione e autenticità: il percorso artistico di Agnese Fornito

  • Roberta D'Agostino
  • Agosto 16, 2026
  • 8:14 am
  • Premio Lamberti
agnesee fornito

Agnese Fornito, artista visiva, poeta e cultrice della materia per il corso di Pittura dell’Accademia di Belle Arti di Napoli (ABANA) sviluppa una ricerca in cui immagini, parola e memoria si intrecciano in un linguaggio essenziale e profondamente autobiografico. Da anni è inoltre impegnata in “Donna ad Arte”, realtà che promuove il pensiero e la creatività femminile attraverso mostre, incontri e progetti culturali. In occasione della sua partecipazione al Premio Lamberti, racconta il suo percorso artistico, il rapporto tra insegnamento e ricerca e il significato dell’opera realizzata per questa edizione.

Iaria Sagaria collabora con una sua opera alla tredicesima edizione del Premio per la Responsabilità Sociale “Amato Lamberti”.

La sua ricerca artistica intreccia in modo indissolubile arti visive e poesia. In che modo la parola e la pittura dialogano e si alimentano a vicenda nella genesi delle sue opere?

Penso che arti visive e poesia non siano territori distinti, ma, in fondo, la stessa cosa. Entrambe procedono per associazioni: talvolta logiche e consequenziali, altre volte magiche, incongrue, inaspettate, nate in modo naturale. Le immagini e le parole si concatenano tra loro, trovando un senso proprio nell’incontro immediato e sorprendente che si crea tra elementi apparentemente lontani.

Nel suo ruolo di cultrice della materia per il corso di Pittura dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, come vive il confronto quotidiano con gli allievi e quanto la didattica influenza la sua ricerca personale?

Il confronto quotidiano significa esporsi a un flusso costante di idee, sensibilità e linguaggi sempre differenti. La relazione con altre menti e con altre modalità di esprimere il sentire è estremamente stimolante. C’è una ricchezza straordinaria in questo scambio continuo: ogni anno assisto alla nascita e alla crescita delle ricerche individuali delle studentesse e degli studenti, vedo le loro prospettive intrecciarsi e trasformarsi. Tutto questo si riflette inevitabilmente anche sulla mia ricerca artistica.

Attraverso il suo impegno nell’associazione “Donna ad Arte”, quale riflessione sul femminile ritiene oggi più urgente promuovere nel panorama culturale contemporaneo?

L’insegnamento più autentico che ho ricevuto da “Donna ad Arte” è la pratica del partire da sé. Credo che oggi la riflessione sul femminile più urgente non sia teorica, ma profondamente legata a questo approccio: evitare gli astrattismi e le generalizzazioni per utilizzare la propria esperienza vissuta come strumento di conoscenza, di ascolto e di relazione con gli altri. Partire dalla propria verità permette di costruire un dialogo più sincero e profondo.

Nelle sue opere la dimensione poetica diventa materia visiva. Quali sono le sfide principali nel tradurre emozioni e stati d’animo sulla tela?

Dare una forma visibile, concreta ed esposta al sentire è probabilmente l’atto più complesso del mio lavoro. Richiede una ricerca lunga e costante, fatta di associazioni, incastri geometrici e passaggi di senso, anche quando il risultato sembra nascere con naturalezza, quasi automaticamente. Partire da sé è sicuramente la strada più coraggiosa, ma anche la più semplice, perché è quella più autentica. Muoversi dalla propria esperienza significa trovare una forma espressiva sincera.

Guardando all’evoluzione del suo percorso artistico, quale messaggio etico e sociale sente oggi di voler trasmettere al pubblico e alle nuove generazioni di artisti?

Il messaggio che sento di trasmettere è un invito alla semplificazione visiva, intesa come possibilità di abitare la realtà in modo autentico. Allo stesso tempo credo molto nel valore della sospensione, non come momento di angoscia o di interruzione, ma come spazio di possibilità, di ricerca e di scoperta. Mi piace immaginarla come il privilegio di vivere in superficie senza rinunciare alla profondità, restando in equilibrio tra le due dimensioni, come fanno le nuvole. Abitare la propria verità con semplicità e sospensione è, a mio avviso, un gesto di grande responsabilità etica e sociale.

Ci racconta l’opera che ha realizzato per il Premio Lamberti?

L’opera si intitola seriöse frau sucht (“donna seria cerca”) ed è accompagnata dal sottotitolo di tenersi. È nata quasi per caso, da alcuni ritagli di un giornale straniero arrivato da lontano senza che li avessi cercati: un piccolo miracolo quotidiano, un incontro.

Tra quei frammenti c’era un annuncio di lavoro in cui l’espressione “donna seria” diventava una sorta di lasciapassare per essere presa in considerazione dalla società. La rigidità formale del testo, costruita attraverso le maiuscole e le geometrie linguistiche tipiche della lingua tedesca, si contrapponeva all’immagine di quattro bambole recuperata dalla stessa pagina del giornale. Sono figure infagottate nei loro abitini e cappelli, strette per mano.

Da quell’accostamento è nata l’opera: quattro donne “serie” che cercano, nello stesso istante, di trattenersi, mantenersi e tenersi strette per non perdersi.

Sono partita ancora una volta da me. Ho riconosciuto immediatamente una simmetria tra quelle bambole e una mia fotografia d’infanzia. Sono sempre stata considerata, e mi sono sempre percepita, una bambina seria, forse troppo. In quella fotografia cercavo anch’io di tenermi: alla mano di mia madre e al piede di mia sorella appena nata, proprio come una di quelle bambole di pezza, avvolta nella mia gonna a quadri e con gli stivali decorati da un cavallo bianco.

In fondo, quella donna seria stava semplicemente cercando di tenersi.

Immagine di Roberta D'Agostino

Roberta D'Agostino

Roberta D'Agostino da sempre nel mondo del teatro come attrice, regista ed, in tempi più recenti, come addetta stampa. Coltiva parallelamente la passione e lo studio per la storia dell' arte che insegna, dopo la laurea in conservazione dei Beni Culturali, in corsi regionali in prestigiosi licei e scuole campane. È docente di giornalismo e tecniche di comunicazione. È inoltre social media manager.
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Il principe e la ragazzina, Marilù Simoneschi e il memoriale della moglie di Totò

Totò e Diana, la verità sulla storia d’amore con la donna che ispirò “Malafemmena”. A quasi 60 anni dalla morte del grande artista, Marilù Simoneschi racconta il Totò lontano dalle luci del palcoscenico nel romanzo-verità Il principe e la ragazzina, pubblicato da Marlin Editore con uno scritto di Giancarlo Governi.  Il libro sarà presentato in anteprima al Campania Libri Festival a Palazzo Reale (sala conferenze Sciurella al primo piano) a Napoli domenica 4 ottobre alle ore 12. Con l’autrice Marilù Simoneschi interverranno: l’editore Sante Avagliano e il giornalista e critico cinematografico Antonio Fiore. Le letture saranno affidate alla giornalista e attrice Roberta D’Agostino. Modera Ida Palisi.  Al centro della storia c’è la testimonianza di Diana Bandini Rogliani, moglie di Totò (scomparsa nel 2006) e madre di Liliana De Curtis. Diana affidò a Marilù Simoneschi un racconto-memoriale della propria vita accanto all’artista, autorizzandone la pubblicazione. A partire da quella testimonianza, l’autrice ricostruisce un ritratto privato del «principe della risata»: l’uomo, il marito e l’amante, con le sue passioni, le fragilità, le contraddizioni e gli eccessi.  Una storia che arriva fino agli ultimi giorni di vita di Totò e che contiene un episodio rimasto finora sconosciuto, destinato a gettare una nuova luce sul rapporto tra l’artista e Diana e sulle sue volontà in fin di vita.  Con discrezione e rispetto per la voce di Diana, Simoneschi accompagna il lettore nella dimensione privata dell’artista: il rapporto con la madre e con il padre ritrovato in età adulta, l’attenzione verso la povera gente, l’amore per gli animali e in particolare per i cani, le paure legate alla minaccia fascista e le fughe, fino agli altri grandi amori della sua vita, compreso quello con Silvana Pampanini, che contribuì alla fine del matrimonio con Diana.  Al centro del libro resta però la lunga e tormentata relazione tra Totò e Diana: un amore fatto di passione, tradimenti, separazioni e riconciliazioni, segnato dalla nascita della figlia Liliana e destinato a lasciare una traccia profonda nella vita di entrambi.  UN MEMORIALE RIMASTO PRIVATO  «Ho incontrato Diana Bandini Rogliani nel lontano 1989, dopo averla convinta, con la collaborazione della figlia Liliana De Curtis, a registrare un racconto-memoriale». Così Marilù Simoneschi ricorda l’inizio del lungo lavoro che ha portato alla nascita del libro. «Diana aveva allora 73 anni, ma era ancora una bellissima signora, di quell’eleganza discreta fatta di abiti di buona fattura, capelli in ordine, profumo lieve e perdurante. Ma soprattutto mi colpì la sua lucida intelligenza, la precisione degli elementi del racconto e la sua fiducia nel farmi partecipe di ricordi per lei preziosissimi. E di particolari inediti e a dir poco strabilianti, inerenti alla sua intensa storia d’amore con il Principe della risata». Gli incontri proseguirono per quasi un mese. «Più volte l’ho vista piangere, molto presa emotivamente dai momenti salienti di quel racconto. Di una cosa sono certa: Totò è stato per moltissimi anni, e anche al di là della sua effettiva presenza, il suo credo, la sua ragione di vita. E che in fondo lei ne è stata ricambiata in egual misura».  Proprio nelle ultime pagine del memoriale emerge un particolare legato agli ultimi giorni di vita di Totò, rimasto sconosciuto ai più e destinato, secondo l’autrice, a modificare la lettura della loro storia.  LE PAROLE DI GIANCARLO GOVERNI  Secondo Giancarlo Governi, autore, giornalista e storico divulgatore della figura di Totò (basti ricordare il celebre programma “Pianeta Totò”), il memoriale di Diana Rogliani rappresenta una testimonianza particolarmente significativa per ricostruire la vicenda privata dell’artista. «Solo oggi, attraverso il libro di Marilù Simoneschi, ho finalmente appreso quella che sembra la versione più attendibile, poiché dettata dalla viva voce di Diana Rogliani, in un memoriale esclusivo in cui, per la prima volta, ha aperto il cuore, svelando eventi e segreti mai resi noti in precedenza. Finalmente, attraverso questa lunga e accorata confessione, si sgombra il campo da tante false narrazioni sulla loro lunga e intricata storia d’amore, molto simile a un romanzo, ma in verità drammatica, sofferta e densa di ogni sentimento sincero».  IL LIBRO  Il romanzo-verità, costruito a partire dalla lunga intervista di Marilù Simoneschi a Diana Rogliani e narrato in prima persona attraverso la sua voce, prende avvio dall’incontro tra Totò e la giovanissima Diana, avvenuto a Firenze nell’agosto del 1931, al teatro «Le follie estive».  Totò, allora trentatreenne e già all’apice della notorietà, rimase colpito dalla bellezza della quindicenne Diana. In lei riconobbe l’ideale femminile che aveva inseguito fin da ragazzo, quando, ancora povero e senza padre, era rimasto affascinato dal volto di una giovane donna raffigurato su un manifesto pubblicitario affisso sui tram di Napoli, una ragazza che presentava una forte somiglianza con Diana.  Nonostante la differenza d’età e le convenzioni sociali dell’epoca, tra i due nacque una passione immediata. Totò dichiarò di voler sposare Diana, incontrando l’opposizione della famiglia. Determinata a seguirlo, la ragazza fuggì in segreto dal collegio Demidoff di Firenze, dove studiava, prese un treno per Roma e raggiunse Totò.  La fuga provocò una denuncia da parte della futura suocera per sottrazione di minore e segnò l’inizio di una relazione attraversata da passioni, eccessi, tradimenti, separazioni e ritorni. Dalla loro unione nacque Liliana, ma il matrimonio fu segnato anche da altre relazioni, tra cui quella di Totò con Silvana Pampanini, fino alla rottura definitiva.  Il libro arriva agli ultimi giorni di vita dell’artista e svela un segreto che Diana Rogliani non aveva mai raccontato prima: un episodio avvenuto pochi giorni prima della morte di Totò, nel 1967, che getta una nuova luce sulla figura dell’attore e sulla storia d’amore tra i due.  L’AUTRICE  Marilù Simoneschi vive e lavora a Roma. Giornalista, ha collaborato con i principali settimanali italiani, tra cui Gente e Oggi, intervistando protagonisti del cinema, della televisione, dello spettacolo e della politica.  Con Lino Zani ha pubblicato Era santo, era uomo. Il volto privato di papa Wojtyla (Mondadori, 2014), dedicato alla dimensione privata e alla vita in montagna di Giovanni Paolo II. Dal libro è stato tratto l’omonimo film. L’opera ha ottenuto un significativo successo editoriale ed è stata tradotta in diverse lingue.  ...
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