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Corpo, memoria e cura: l’arte politica e poetica di Eva María Santos Sánchez-Guzmán

  • Roberta D'Agostino
  • Luglio 30, 2026
  • 12:24 pm
  • Il Click, Premio Lamberti
eva santos

Attraverso un percorso che intreccia dimensione personale, impegno sociale e pratica pedagogica, l’artista e docente universitaria Eva María Santos Sánchez-Guzmán si racconta e riflette sui temi centrali della sua ricerca visiva. Dal trasferimento da Madrid a Murcia fino all’uso sovversivo dei materiali tessili, questo dialogo esplora la vulnerabilità del corpo, la decostruzione degli stereotipi di genere e il valore dell’arte come spazio collettivo di cura e resistenza.

In che modo il trasferimento a Murcia e la cultura di questa terra hanno influenzato la Sua sensibilità artistica e le Sue tematiche?

Sono madrilena di nascita, ma mi sono trasferita a Murcia per lavoro e vivo qui da oltre vent’anni. Questo spostamento ha rappresentato un cambiamento profondo. L’incontro con una nuova realtà e nuove persone ha trasformato la mia visione dell’arte, che da un linguaggio più astratto si è evoluta verso una dimensione più emotiva ed esperienziale.

Al contempo, è cambiata radicalmente la mia vita personale: sono arrivata da Madrid con un figlio piccolissimo e una figlia appena nata, insieme ai miei genitori.

Si è generata in me una profonda consapevolezza della maternità, intrecciata al rapporto con mia madre e ai doveri lavorativi. Tutto questo ha riorientato il mio lavoro artistico verso la realtà delle donne e dell’infanzia, ponendo un’attenzione particolare sulla vulnerabilità di entrambi.

La Sua opera esplora l’identità e il genere: qual è lo stereotipo sociale che sente la necessità più urgente di mettere in discussione?

Credo che uno degli stereotipi più dannosi sia l’associazione esclusiva del ruolo di cura alla figura femminile, soprattutto per la conseguente esclusione degli uomini da questo compito. Il fatto che gli uomini non si facciano carico della cura è una perdita enorme, sia per loro sia per la società nel suo complesso. Accudire è un atto fondamentale, necessario e profondamente arricchente.

Il corpo è un elemento centrale nella Sua ricerca visiva. In che modo riesce a trasformarlo in un territorio di resistenza politica e poetica?

Innanzitutto, parlando a partire da un corpo marcato dal genere femminile: un territorio in cui si incrociano esperienze determinate, nella maggior parte dei casi, da relazioni di potere. Per questo la mia ricerca artistica è attraversata da condizionamenti sociali, culturali e politici, pur mantenendo salda la fiducia nella capacità di trasformazione e di resistenza.

Ho sempre espresso la mia voce attraverso questo corpo, perché è in esso che risiede il dolore. Ho rappresentato il corpo ferito, mutilato, moltiplicato, ma anche quello gravidico, accudito e amato. Vi sono stati momenti di rabbia e altri di pace, anche se non tutte le mie opere varcano le soglie dello studio.

Trovo fondamentale analizzare i modi in cui i corpi si costruiscono e interagiscono; per questo attribuisco un grande valore ai progetti partecipativi con le comunità. In questi contesti, il corpo cessa di essere un oggetto passivo e diventa un agente capace di contestare le norme, rendere visibili le disuguaglianze e generare nuove forme di relazione.

Gli spazi creativi condivisi favoriscono la riflessione comune e permettono alle persone di riconoscersi: l’arte crea così le condizioni affinché le voci messe al silenzio possano emergere e far sentire la propria presenza.

La dimensione poetica, infine, è la sostanza stessa della creazione quando riesce a trasfigurare le esperienze vissute in immagini e narrazioni.

Oltre alla produzione artistica, Lei è anche docente: in che modo il lavoro in aula e il Suo processo creativo si alimentano a vicenda?

Insegno da oltre vent’anni all’Università di Murcia e nel tempo ho imparato a concepire l’aula come uno spazio di sperimentazione artistica. Ogni anno gli studenti portano sensibilità e inquietudini nuove, mostrandomi altri modi di intendere la creazione. Attraverso il confronto con loro rimetto in discussione le mie certezze e mantengo viva la curiosità.

Ci tengo che chi studia con me scopra come l’atto creativo possa essere anche una forma di ascolto, di cura e di impegno verso l’ambiente circostante. Mi dedico a stimolare la creatività proprio perché è lo strumento che ci aiuta a immaginare che un mondo diverso sia possibile.

L’uso della memoria e dei materiali tessili è molto presente nei Suoi lavori. Cosa aggiunge il tessuto sul piano narrativo?

In una fase precisa del mio percorso, ho avvertito l’esigenza di considerare la tecnica e la materia lavorata come elementi concettuali di grande potenza. Ho individuato nella pratica tessile un modo per riparare e curare le ferite.

Conosciamo bene i legami storici del tessile con l’universo simbolico femminile: uno stereotipo che ho deciso di riappropriarmi e trasformare in un’arma di resistenza. In molti dei miei progetti, sia individuali sia collettivi, ricorrono gesti quotidiani come cucire, tessere o vestirsi. Sono azioni cariche di una profonda valenza simbolica, che ci riposizionano nello spazio della cura che difendo con convinzione.

Potrebbe parlarci dell’opera realizzata per il premio Lamberti?

Le opere che compongono il dittico Colapso (“Crollo”) appartengono a una serie di lavori incentrati sul medesimo tema: il crollo dell’identità, in contesti in cui la saturazione o l’ambiguità rendono difficile il riconoscimento di sé. È possibile rimanere intrappolati e continuare a sorridere?

L’opera racconta un esaurimento silenzioso, ma al tempo stesso un gioco innocente che resiste fino al limite. In questi ricami si intrecciano il sostegno e l’asfissia, restituendoci l’immagine di un mondo al margine del collasso.

Immagine di Roberta D'Agostino

Roberta D'Agostino

Roberta D'Agostino da sempre nel mondo del teatro come attrice, regista ed, in tempi più recenti, come addetta stampa. Coltiva parallelamente la passione e lo studio per la storia dell' arte che insegna, dopo la laurea in conservazione dei Beni Culturali, in corsi regionali in prestigiosi licei e scuole campane. È docente di giornalismo e tecniche di comunicazione. È inoltre social media manager.
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Il principe e la ragazzina, Marilù Simoneschi e il memoriale della moglie di Totò

Totò e Diana, la verità sulla storia d’amore con la donna che ispirò “Malafemmena”. A quasi 60 anni dalla morte del grande artista, Marilù Simoneschi racconta il Totò lontano dalle luci del palcoscenico nel romanzo-verità Il principe e la ragazzina, pubblicato da Marlin Editore con uno scritto di Giancarlo Governi.  Il libro sarà presentato in anteprima al Campania Libri Festival a Palazzo Reale (sala conferenze Sciurella al primo piano) a Napoli domenica 4 ottobre alle ore 12. Con l’autrice Marilù Simoneschi interverranno: l’editore Sante Avagliano e il giornalista e critico cinematografico Antonio Fiore. Le letture saranno affidate alla giornalista e attrice Roberta D’Agostino. Modera Ida Palisi.  Al centro della storia c’è la testimonianza di Diana Bandini Rogliani, moglie di Totò (scomparsa nel 2006) e madre di Liliana De Curtis. Diana affidò a Marilù Simoneschi un racconto-memoriale della propria vita accanto all’artista, autorizzandone la pubblicazione. A partire da quella testimonianza, l’autrice ricostruisce un ritratto privato del «principe della risata»: l’uomo, il marito e l’amante, con le sue passioni, le fragilità, le contraddizioni e gli eccessi.  Una storia che arriva fino agli ultimi giorni di vita di Totò e che contiene un episodio rimasto finora sconosciuto, destinato a gettare una nuova luce sul rapporto tra l’artista e Diana e sulle sue volontà in fin di vita.  Con discrezione e rispetto per la voce di Diana, Simoneschi accompagna il lettore nella dimensione privata dell’artista: il rapporto con la madre e con il padre ritrovato in età adulta, l’attenzione verso la povera gente, l’amore per gli animali e in particolare per i cani, le paure legate alla minaccia fascista e le fughe, fino agli altri grandi amori della sua vita, compreso quello con Silvana Pampanini, che contribuì alla fine del matrimonio con Diana.  Al centro del libro resta però la lunga e tormentata relazione tra Totò e Diana: un amore fatto di passione, tradimenti, separazioni e riconciliazioni, segnato dalla nascita della figlia Liliana e destinato a lasciare una traccia profonda nella vita di entrambi.  UN MEMORIALE RIMASTO PRIVATO  «Ho incontrato Diana Bandini Rogliani nel lontano 1989, dopo averla convinta, con la collaborazione della figlia Liliana De Curtis, a registrare un racconto-memoriale». Così Marilù Simoneschi ricorda l’inizio del lungo lavoro che ha portato alla nascita del libro. «Diana aveva allora 73 anni, ma era ancora una bellissima signora, di quell’eleganza discreta fatta di abiti di buona fattura, capelli in ordine, profumo lieve e perdurante. Ma soprattutto mi colpì la sua lucida intelligenza, la precisione degli elementi del racconto e la sua fiducia nel farmi partecipe di ricordi per lei preziosissimi. E di particolari inediti e a dir poco strabilianti, inerenti alla sua intensa storia d’amore con il Principe della risata». Gli incontri proseguirono per quasi un mese. «Più volte l’ho vista piangere, molto presa emotivamente dai momenti salienti di quel racconto. Di una cosa sono certa: Totò è stato per moltissimi anni, e anche al di là della sua effettiva presenza, il suo credo, la sua ragione di vita. E che in fondo lei ne è stata ricambiata in egual misura».  Proprio nelle ultime pagine del memoriale emerge un particolare legato agli ultimi giorni di vita di Totò, rimasto sconosciuto ai più e destinato, secondo l’autrice, a modificare la lettura della loro storia.  LE PAROLE DI GIANCARLO GOVERNI  Secondo Giancarlo Governi, autore, giornalista e storico divulgatore della figura di Totò (basti ricordare il celebre programma “Pianeta Totò”), il memoriale di Diana Rogliani rappresenta una testimonianza particolarmente significativa per ricostruire la vicenda privata dell’artista. «Solo oggi, attraverso il libro di Marilù Simoneschi, ho finalmente appreso quella che sembra la versione più attendibile, poiché dettata dalla viva voce di Diana Rogliani, in un memoriale esclusivo in cui, per la prima volta, ha aperto il cuore, svelando eventi e segreti mai resi noti in precedenza. Finalmente, attraverso questa lunga e accorata confessione, si sgombra il campo da tante false narrazioni sulla loro lunga e intricata storia d’amore, molto simile a un romanzo, ma in verità drammatica, sofferta e densa di ogni sentimento sincero».  IL LIBRO  Il romanzo-verità, costruito a partire dalla lunga intervista di Marilù Simoneschi a Diana Rogliani e narrato in prima persona attraverso la sua voce, prende avvio dall’incontro tra Totò e la giovanissima Diana, avvenuto a Firenze nell’agosto del 1931, al teatro «Le follie estive».  Totò, allora trentatreenne e già all’apice della notorietà, rimase colpito dalla bellezza della quindicenne Diana. In lei riconobbe l’ideale femminile che aveva inseguito fin da ragazzo, quando, ancora povero e senza padre, era rimasto affascinato dal volto di una giovane donna raffigurato su un manifesto pubblicitario affisso sui tram di Napoli, una ragazza che presentava una forte somiglianza con Diana.  Nonostante la differenza d’età e le convenzioni sociali dell’epoca, tra i due nacque una passione immediata. Totò dichiarò di voler sposare Diana, incontrando l’opposizione della famiglia. Determinata a seguirlo, la ragazza fuggì in segreto dal collegio Demidoff di Firenze, dove studiava, prese un treno per Roma e raggiunse Totò.  La fuga provocò una denuncia da parte della futura suocera per sottrazione di minore e segnò l’inizio di una relazione attraversata da passioni, eccessi, tradimenti, separazioni e ritorni. Dalla loro unione nacque Liliana, ma il matrimonio fu segnato anche da altre relazioni, tra cui quella di Totò con Silvana Pampanini, fino alla rottura definitiva.  Il libro arriva agli ultimi giorni di vita dell’artista e svela un segreto che Diana Rogliani non aveva mai raccontato prima: un episodio avvenuto pochi giorni prima della morte di Totò, nel 1967, che getta una nuova luce sulla figura dell’attore e sulla storia d’amore tra i due.  L’AUTRICE  Marilù Simoneschi vive e lavora a Roma. Giornalista, ha collaborato con i principali settimanali italiani, tra cui Gente e Oggi, intervistando protagonisti del cinema, della televisione, dello spettacolo e della politica.  Con Lino Zani ha pubblicato Era santo, era uomo. Il volto privato di papa Wojtyla (Mondadori, 2014), dedicato alla dimensione privata e alla vita in montagna di Giovanni Paolo II. Dal libro è stato tratto l’omonimo film. L’opera ha ottenuto un significativo successo editoriale ed è stata tradotta in diverse lingue.  ...
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