Attraverso un percorso che intreccia dimensione personale, impegno sociale e pratica pedagogica, l’artista e docente universitaria Eva María Santos Sánchez-Guzmán si racconta e riflette sui temi centrali della sua ricerca visiva. Dal trasferimento da Madrid a Murcia fino all’uso sovversivo dei materiali tessili, questo dialogo esplora la vulnerabilità del corpo, la decostruzione degli stereotipi di genere e il valore dell’arte come spazio collettivo di cura e resistenza.
In che modo il trasferimento a Murcia e la cultura di questa terra hanno influenzato la Sua sensibilità artistica e le Sue tematiche?
Sono madrilena di nascita, ma mi sono trasferita a Murcia per lavoro e vivo qui da oltre vent’anni. Questo spostamento ha rappresentato un cambiamento profondo. L’incontro con una nuova realtà e nuove persone ha trasformato la mia visione dell’arte, che da un linguaggio più astratto si è evoluta verso una dimensione più emotiva ed esperienziale.
Al contempo, è cambiata radicalmente la mia vita personale: sono arrivata da Madrid con un figlio piccolissimo e una figlia appena nata, insieme ai miei genitori.
Si è generata in me una profonda consapevolezza della maternità, intrecciata al rapporto con mia madre e ai doveri lavorativi. Tutto questo ha riorientato il mio lavoro artistico verso la realtà delle donne e dell’infanzia, ponendo un’attenzione particolare sulla vulnerabilità di entrambi.
La Sua opera esplora l’identità e il genere: qual è lo stereotipo sociale che sente la necessità più urgente di mettere in discussione?
Credo che uno degli stereotipi più dannosi sia l’associazione esclusiva del ruolo di cura alla figura femminile, soprattutto per la conseguente esclusione degli uomini da questo compito. Il fatto che gli uomini non si facciano carico della cura è una perdita enorme, sia per loro sia per la società nel suo complesso. Accudire è un atto fondamentale, necessario e profondamente arricchente.
Il corpo è un elemento centrale nella Sua ricerca visiva. In che modo riesce a trasformarlo in un territorio di resistenza politica e poetica?
Innanzitutto, parlando a partire da un corpo marcato dal genere femminile: un territorio in cui si incrociano esperienze determinate, nella maggior parte dei casi, da relazioni di potere. Per questo la mia ricerca artistica è attraversata da condizionamenti sociali, culturali e politici, pur mantenendo salda la fiducia nella capacità di trasformazione e di resistenza.
Ho sempre espresso la mia voce attraverso questo corpo, perché è in esso che risiede il dolore. Ho rappresentato il corpo ferito, mutilato, moltiplicato, ma anche quello gravidico, accudito e amato. Vi sono stati momenti di rabbia e altri di pace, anche se non tutte le mie opere varcano le soglie dello studio.
Trovo fondamentale analizzare i modi in cui i corpi si costruiscono e interagiscono; per questo attribuisco un grande valore ai progetti partecipativi con le comunità. In questi contesti, il corpo cessa di essere un oggetto passivo e diventa un agente capace di contestare le norme, rendere visibili le disuguaglianze e generare nuove forme di relazione.
Gli spazi creativi condivisi favoriscono la riflessione comune e permettono alle persone di riconoscersi: l’arte crea così le condizioni affinché le voci messe al silenzio possano emergere e far sentire la propria presenza.
La dimensione poetica, infine, è la sostanza stessa della creazione quando riesce a trasfigurare le esperienze vissute in immagini e narrazioni.
Oltre alla produzione artistica, Lei è anche docente: in che modo il lavoro in aula e il Suo processo creativo si alimentano a vicenda?
Insegno da oltre vent’anni all’Università di Murcia e nel tempo ho imparato a concepire l’aula come uno spazio di sperimentazione artistica. Ogni anno gli studenti portano sensibilità e inquietudini nuove, mostrandomi altri modi di intendere la creazione. Attraverso il confronto con loro rimetto in discussione le mie certezze e mantengo viva la curiosità.
Ci tengo che chi studia con me scopra come l’atto creativo possa essere anche una forma di ascolto, di cura e di impegno verso l’ambiente circostante. Mi dedico a stimolare la creatività proprio perché è lo strumento che ci aiuta a immaginare che un mondo diverso sia possibile.
L’uso della memoria e dei materiali tessili è molto presente nei Suoi lavori. Cosa aggiunge il tessuto sul piano narrativo?
In una fase precisa del mio percorso, ho avvertito l’esigenza di considerare la tecnica e la materia lavorata come elementi concettuali di grande potenza. Ho individuato nella pratica tessile un modo per riparare e curare le ferite.
Conosciamo bene i legami storici del tessile con l’universo simbolico femminile: uno stereotipo che ho deciso di riappropriarmi e trasformare in un’arma di resistenza. In molti dei miei progetti, sia individuali sia collettivi, ricorrono gesti quotidiani come cucire, tessere o vestirsi. Sono azioni cariche di una profonda valenza simbolica, che ci riposizionano nello spazio della cura che difendo con convinzione.
Potrebbe parlarci dell’opera realizzata per il premio Lamberti?
Le opere che compongono il dittico Colapso (“Crollo”) appartengono a una serie di lavori incentrati sul medesimo tema: il crollo dell’identità, in contesti in cui la saturazione o l’ambiguità rendono difficile il riconoscimento di sé. È possibile rimanere intrappolati e continuare a sorridere?
L’opera racconta un esaurimento silenzioso, ma al tempo stesso un gioco innocente che resiste fino al limite. In questi ricami si intrecciano il sostegno e l’asfissia, restituendoci l’immagine di un mondo al margine del collasso.