La storia raccontata nel volume “Archeologia e mercato antiquario. Il caso delle ermette bifronti di Torre del Greco” assomiglia più a un avvincente romanzo investigativo che a una tradizionale ricerca archeologica. Eppure ogni pagina è il risultato di anni di studio e di una rigorosa indagine archivistica condotta dagli storici dell’arte Giuseppe Maddaloni ed Ernesto Pinto, studiosi da tempo impegnati nella ricostruzione del patrimonio archeologico del territorio vesuviano.
Il volume, pubblicato con il patrocinio della Banca di Credito Popolare, sarà presentato il 9 giugno presso l’auditorium dell’istituto di credito torrese, in un incontro moderato dal giornalista e scrittore Carlo Avvisati.
L’opera affronta uno dei capitoli più controversi della storia dell’archeologia italiana: quello degli “scavi privati”, fenomeno diffusosi tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. In quegli anni numerosi proprietari terrieri, aristocratici e facoltosi imprenditori ottennero autorizzazioni per effettuare ricerche archeologiche sui propri terreni. Spesso, però, l’interesse scientifico passava in secondo piano rispetto alla prospettiva di rinvenire opere d’arte da immettere nel redditizio mercato antiquario internazionale.
L’assenza di una normativa adeguata e di efficaci strumenti di tutela favorì la dispersione di centinaia di reperti provenienti dall’area vesuviana. Se negli ultimi anni diversi studi hanno approfondito il fenomeno relativamente a Pompei e al suo territorio, meno esplorata era rimasta la vicenda dell’antico comprensorio ercolanese e, in particolare, di Torre del Greco.
A raccogliere il testimone dell’archeologo Mario Pagano, che oltre trent’anni fa aveva riportato l’attenzione sui siti di Villa Sora e della cosiddetta Terma Ginnasio, sono stati proprio Maddaloni e Pinto. Attraverso un paziente lavoro di ricerca negli archivi pubblici e privati, gli studiosi hanno ricostruito le vicende delle scoperte effettuate lungo il litorale torrese a partire addirittura dal Seicento, individuando i luoghi dei ritrovamenti grazie alla conoscenza storica della toponomastica locale.
Il cuore della ricerca è rappresentato dalle celebri ermette bifronti, eleganti elementi decorativi in bronzo appartenenti alla balaustra di una sontuosa villa marittima romana identificata con la cosiddetta Terma Ginnasio. Oggi il monumento è quasi completamente scomparso, cancellato dall’erosione costiera e dalle trasformazioni del territorio, ma le sue opere continuano a raccontarne la grandezza.
Seguendo le tracce lasciate in epistolari, registri, fotografie d’epoca e documenti amministrativi, gli autori hanno ricostruito il lungo viaggio delle ermette attraverso il mercato antiquario internazionale. Una vera e propria indagine che ha permesso di rintracciare i reperti nelle loro attuali sedi espositive: il Los Angeles County Museum of Art (LACMA), il Petit Palais di Parigi, il Victoria and Albert Museum di Londra, il Museo Statale di Berlino e il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
La presenza delle ermette in alcune delle più prestigiose istituzioni museali del mondo testimonia non soltanto il valore artistico delle opere, ma anche l’eccezionale importanza del patrimonio archeologico di Torre del Greco. Un patrimonio spesso poco conosciuto ma capace di attirare, già tra Otto e Novecento, l’attenzione di collezionisti e mercanti d’arte internazionali.
«Siamo partiti studiando le ermette bifronti e siamo finiti per ritrovare un intero universo di reperti provenienti dalla Contrada Sora», racconta Giuseppe Maddaloni. «Tra questi gli splendidi Satirelli Cacciatori, il labrum marmoreo decorato con protomi bacchiche, gli argenti oggi conservati al Louvre e persino una straordinaria aquila in lapislazzuli custodita a Baltimora. Ma la scoperta che più mi ha emozionato è stata quella di un affresco con scena di sacrificio, del quale si erano completamente perse le tracce. Attraverso l’incrocio delle fonti siamo riusciti a individuarlo nei depositi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, restituendogli una provenienza certa e ricostruendone il contesto archeologico».
Anche per Ernesto Pinto il volume rappresenta il risultato di una vera e propria attività investigativa. «Questo lavoro assomiglia più a un giallo d’altri tempi che a una semplice ricerca storica. Oggi consegniamo le conclusioni di una complessa indagine sul traffico internazionale di opere d’arte tra XIX e XX secolo. Gli indizi erano sparsi tra archivi, lettere, fotografie e mappe storiche. Per anni mi sono sentito più un detective che uno storico dell’arte. Eppure restano ancora alcuni interrogativi aperti che meritano ulteriori approfondimenti».
Il libro non si limita infatti a ricostruire il destino delle ermette. Nel corso della ricerca emergono numerosi altri reperti provenienti dalla fascia costiera torrese, tra cui rilievi marmorei, statue, elementi architettonici e preziosi oggetti d’argento, testimonianze di un territorio che in età romana ospitava alcune delle più ricche ville marittime del Golfo di Napoli.
L’indagine di Maddaloni e Pinto rappresenta così un importante contributo alla conoscenza della storia archeologica dell’area vesuviana e offre nuovi strumenti per riflettere sul delicato rapporto tra tutela del patrimonio, collezionismo e mercato antiquario. Un lavoro che restituisce identità a reperti dispersi e, soprattutto, riporta al centro dell’attenzione una pagina ancora poco conosciuta della storia di Torre del Greco, città che continua a custodire sotto il suo territorio e lungo la sua costa tracce preziose del proprio passato.