Fino al 10 gennaio 2027 le sale del Museo di San Gennaro ospitano Il colore di Mimmo Jodice, mostra curata da Sylvain Bellenger che conduce il visitatore dalle sale del Tesoro fino alle Sacrestie attraverso un dialogo inatteso tra fotografia e pittura barocca. Un percorso sorprendente non soltanto per il contesto che lo accoglie, ma soprattutto perché a confrontarsi con il colore è l’artista che più di ogni altro ha costruito la propria identità sul bianco e nero.
Entrare nel museo e ritrovarsi davanti oltre quaranta immagini cromatiche di Jodice produce infatti un effetto quasi spiazzante. Eppure, stanza dopo stanza, quella sorpresa lascia spazio alla sensazione che il colore sia sempre appartenuto al suo sguardo, anche se rimasto per anni in una zona laterale della sua ricerca.
L’allestimento gioca un ruolo decisivo. Bellenger sceglie di non competere con la ricchezza visiva del museo, ma di entrarci in sintonia: i velluti rossi e dorati realizzati dall’Accademia di Belle Arti sotto la supervisione della professoressa Marciano incorniciano le opere creando una continuità naturale con gli ori del Tesoro e con la teatralità del Seicento napoletano. Ogni ambiente è costruito attorno a una dominante cromatica e la luce, ridotta al minimo, colpisce le fotografie con precisione quasi scenica, isolandole nel buio e rendendole simili a apparizioni.
L’origine di queste immagini risale al 1985, quando Jodice fotografò i dipinti esposti nella storica mostra La civiltà del Seicento a Napoli, curata da Raffaele Causa. Davanti alle opere di Ribera, Caravaggio, Luca Giordano, Artemisia Gentileschi, Francesco Guarini, Filippo Vitale e Battistello Caracciolo, il fotografo compie un gesto radicale: non riproduce i quadri, ma li frammenta. Una mano tesa, il riflesso su una stoffa, l’incarnato di un volto emergono dal dipinto e acquistano autonomia. I dettagli si staccano dalla composizione originaria e diventano immagini nuove, sospese, quasi astratte nella loro intensità. È qui che il lavoro di Jodice si rivela nella sua dimensione più potente: la fotografia non documenta l’opera pittorica, ma la attraversa e la trasforma.
Le rare stampe a colori, esposte per la prima volta nel 1985 a Villa Pignatelli nella mostra Un secolo di furore, sono state recuperate grazie a un importante restauro curato da Barbara Jodice e Marco Spatuzza. Il progetto ha riportato alla luce anche materiali inediti, restituendo compattezza a una ricerca rimasta per decenni ai margini della produzione più nota dell’artista.
Da queste immagini emerge una ricerca cromatica sofisticata, in cui il colore perde ogni funzione decorativa per diventare materia emotiva e analitica. Rossi profondi, ombre dorate e improvvise accensioni luminose trasformano la pittura seicentesca in qualcosa di vivo, contemporaneo, quasi inquieto.
Barbara Jodice, che ha seguito il progetto fin dagli inizi insieme al padre, ha definito questo lavoro come una delle prove più libere della sua carriera. E osservando la mostra si comprende il perché: qui Jodice non abbandona il proprio linguaggio, lo espande.
Per anni il suo colore è rimasto nascosto dietro la potenza iconica del bianco e nero. Oggi, invece, riemerge con la forza di qualcosa che non appartiene al passato ma al presente. Perché in queste fotografie il Seicento viene riacceso.